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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Volontariato d’impresa, la svolta: 21 casi e una sfida ancora aperta

Una ricerca di Fondazione Sodalitas e Università di Macerata fotografa programmi più strutturati, capaci di sostenere le comunità e rafforzare i legami dentro le aziende.

A Milano, durante il Salone della CSR, sono stati illustrati i risultati di una ricerca dedicata al volontariato d’impresa. All’incontro hanno partecipato Alberto Zanutto, Patrizia Giorgio, Veronica Vismara, Marianna Cawthorne e Angela Melodia, in rappresentanza del mondo accademico, aziendale e del Terzo Settore.

Il lavoro nasce con l’obiettivo di mettere a disposizione di imprese, organizzazioni sociali e professionisti dati ed esperienze utili a progettare iniziative capaci di produrre effetti duraturi nelle comunità. Fondazione Sodalitas intende così favorire modelli di collaborazione più solidi e meno legati a interventi occasionali.


La sfida è trasformare l’esperienza

Patrizia Giorgio, responsabile senior dei programmi di Fondazione Sodalitas, ha sottolineato che il volontariato aziendale non consiste più soltanto nel mettere a disposizione ore di lavoro o competenze professionali. «È un’esperienza che può rafforzare il legame tra persone, impresa e comunità», ha dichiarato, spiegando che una direzione organizzativa chiara e rapporti continuativi con il Terzo Settore sono condizioni decisive.

Dalle testimonianze raccolte emerge però un punto ancora poco sviluppato: il momento successivo alle attività. Le imprese hanno affinato la pianificazione, la gestione logistica, la scelta dei partner e la valutazione dei risultati, ma spesso manca un confronto strutturato su ciò che i dipendenti hanno vissuto. Quel passaggio potrebbe aiutare a trasformare l’esperienza personale in apprendimento collettivo e in un elemento stabile della cultura interna.


Ventuno aziende, modelli diversi

La pubblicazione “Volontariato d’impresa in Italia. Dalle evidenze alla pratica”, realizzata da Fondazione Sodalitas con l’Università di Macerata, si basa su 31 colloqui con dirigenti, lavoratori e rappresentanti di enti del Terzo Settore. Il documento comprende inoltre 21 esperienze presentate da imprese aderenti alla Fondazione nel primo trimestre del 2026, alle quali si aggiungeranno ulteriori casi nei prossimi mesi.

Non emerge uno schema valido per tutte le organizzazioni. Le iniziative comprendono attività svolte in gruppo o individualmente, interventi pratici e forme di volontariato di competenza, nelle quali vengono offerte agli enti non profit professionalità e conoscenze maturate in azienda. I progetti riguardano, tra gli altri ambiti, la tutela ambientale, il sostegno alle persone fragili e l’inclusione digitale.

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Dalla buona volontà alla strategia

Tra le 21 aziende analizzate, 18 hanno adottato una policy interna. Il dato segnala il passaggio da iniziative affidate alla sensibilità dei singoli a programmi inseriti nella gestione delle persone, con responsabilità definite, strumenti di coordinamento e, in alcuni casi, regole dedicate.

Secondo la ricerca, i percorsi più efficaci uniscono una visione strategica all’ascolto dei bisogni locali e a una relazione continuativa con gli enti sociali. Per rendere questi programmi più incisivi, le imprese dovrebbero inoltre creare reti di ambasciatori e comunità interne, selezionare i partner partendo dalle necessità dei territori e prevedere occasioni di rielaborazione dopo ogni esperienza.


Un effetto anche sui rapporti interni

Il beneficio non riguarda soltanto le comunità coinvolte. Le attività condivise possono ridurre temporaneamente le distanze gerarchiche, favorire la collaborazione tra colleghi appartenenti a funzioni differenti e consolidare il senso di appartenenza all’organizzazione.

Il volontariato può diventare anche uno strumento di inserimento dei nuovi dipendenti e di costruzione di una sensibilità comune. Per alcuni lavoratori, inoltre, queste esperienze riattivano una propensione all’impegno civico già presente in passato ma rimasta in secondo piano durante la vita professionale.

Alberto Zanutto, professore associato di Organizzazione aziendale dell’Università di Macerata e curatore dello studio, ha osservato che le imprese possono far riemergere risorse già presenti nelle loro persone. «Le rimette in contatto con qualcosa che già possiedono: il capitale civico, la sensibilità di cura, il desiderio di appartenere a qualcosa di più largo dell’ufficio», ha affermato, indicando nella costruzione delle condizioni organizzative il passaggio necessario per rendere concreto questo potenziale.

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