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Attualità 2 min di lettura42 min fa

Un ecosistema nello spazio: la sfida di Scampi dura 90 giorni

Alghe, gamberetti e microrganismi studieranno la vita in microgravità sulla Stazione Spaziale Internazionale, con risultati attesi nel 2027.

Alghe, gamberetti e batteri sono ora protagonisti di un esperimento destinato a osservare la vita lontano dalla Terra. Il 16 ottobre Scampi è stato installato sulla Stazione Spaziale Internazionale, a circa 400 chilometri di quota, all’interno di un contenitore grande appena pochi centimetri.

L’obiettivo è capire come reagisce un ecosistema chiuso quando viene esposto alla microgravità. Il sistema comprende produttori, consumatori e decompositori e resterà operativo per 90 giorni, mentre una telecamera trasmetterà immagini e filmati delle sue trasformazioni.

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La vita in un cubo orbitale

L’esperimento è partito il 13 ottobre dal Kennedy Space Center, in Florida, a bordo della missione SpaceX CRS-35. Una volta raggiunta la Stazione, un astronauta ha collocato Scampi nell’impianto ICE Cubes, ospitato nel modulo europeo Columbus e gestito da Space Applications Services.

Il piccolo habitat è stato progettato per mantenere isolati i suoi organismi e consentire ai ricercatori di studiare i rapporti tra componenti viventi e non viventi. Prima del lancio, gli studenti hanno rinnovato l’ambiente acquatico, controllato gli acquari e verificato le condizioni biologiche del sistema, così da assicurare la configurazione necessaria al viaggio.

Al termine della permanenza in orbita, il contenitore tornerà sulla Terra. I campioni saranno sottoposti ad analisi genetiche e microbiologiche, mentre il confronto con sistemi analoghi rimasti al suolo permetterà di valutare gli effetti dell’esposizione prolungata alla microgravità. I primi risultati sono attesi nel 2027.


Un laboratorio per le missioni future

Scampi è nato nell’ambito del programma di esperimenti dell’Accademia dell’Agenzia spaziale europea e ha coinvolto 51 studenti universitari di Europa e Stati Uniti. Il gruppo ha seguito l’intero percorso, dall’idea iniziale alla progettazione, dai test alla qualificazione dell’apparecchiatura per il volo.

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Tra i partecipanti c’è Gabriele Rigano, dottorando del corso nazionale in Scienza e tecnologia dello spazio e membro del laboratorio di Astrobiologia e biologia molecolare dei cianobatteri guidato da Daniela Billi all’Università di Roma Tor Vergata. Rigano ha spiegato che si occuperà soprattutto dei dati ottenuti dal sequenziamento del Dna, utili a ricostruire l’evoluzione delle popolazioni microbiche e algali.

Secondo il ricercatore, la particolarità del progetto consiste nell’analizzare un ecosistema capace di autosostenersi, invece di concentrarsi su singoli organismi. Le informazioni raccolte potrebbero quindi contribuire allo sviluppo di sistemi biologici rigenerativi destinati a rendere più autonome e sostenibili le future missioni umane di lunga durata.


Dall’università alla Stazione

Il progetto ha riunito competenze di biologia, ecologia e ingegneria e ha offerto agli studenti un’esperienza diretta sulle procedure e sulle difficoltà di una vera missione spaziale. Il Politecnico di Torino ha coordinato le attività insieme all’École Polytechnique.

Per l’Italia hanno inoltre collaborato l’Università di Trento, l’Università di Torino e l’Università di Pavia, oltre a Roma Tor Vergata. I dati di Scampi saranno utili per la ricerca su possibili sistemi di supporto vitale destinati alle missioni verso la Luna, Marte e le regioni oltre l’orbita terrestre bassa.

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