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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Ucraina, la resa non ridurrebbe i costi della difesa europea

Il caso bosniaco mostra come una tregua possa lasciare a lungo truppe internazionali e spese di sicurezza

L’eventuale rinuncia dell’Ucraina alla difesa non alleggerirebbe il conto della sicurezza europea. Una vittoria russa potrebbe invece portare l’apparato militare di Mosca fino ai confini di Polonia, Slovacchia e Romania, imponendo agli Stati europei investimenti prolungati in difesa aerea, intelligence, infrastrutture e controllo delle frontiere.

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La lezione ancora aperta della Bosnia

Un precedente utile arriva dalla Bosnia-Erzegovina. Nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook impiegato nella missione europea Eufor Althea nella zona di Brčko sono morti quattro italiani e altre undici persone sono rimaste ferite.

Gli accordi di Dayton, raggiunti nel novembre 1995 e sottoscritti a Parigi il 14 dicembre dello stesso anno, fermarono un conflitto costato circa centomila vittime e milioni di persone costrette a lasciare le proprie case. Il negoziato coinvolse Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione statunitense di Richard Holbrooke.

La pace ha retto, ma l’architettura istituzionale nata da quel compromesso ha mantenuto separate le comunità del Paese. La Bosnia-Erzegovina è divisa tra la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska, con una presidenza collegiale e procedure decisionali fondate su rappresentanza e poteri di veto.

Questo sistema, pensato per evitare il ritorno delle armi, ha spesso rallentato l’attività delle istituzioni centrali. Le spinte separatiste e le difficoltà politiche hanno così mantenuto necessaria la presenza di una forza internazionale, anche a distanza di trentun anni dalla fine della guerra.


La missione europea in Bosnia

Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea dirige Eufor Althea, subentrata alla Nato e autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. La missione riunisce oggi circa 1.200 militari e ha il compito di mantenere condizioni di sicurezza, controllare il rispetto degli impegni militari di Dayton e preparare le forze armate bosniache.

Il mandato consente interventi diretti se la situazione dovesse peggiorare. Le unità conducono pattugliamenti e addestramenti, raccolgono elementi sulla sicurezza locale e mantengono contatti regolari con autorità e comunità del territorio.

L’Italia ricopre un ruolo di rilievo. Dal 21 gennaio 2026 il comando è affidato al generale di divisione Maurizio Fronda; Roma aveva già assunto la guida dell’operazione nel 2005-2006 e nel 2008-2009. Per quest’anno il Parlamento ha previsto un contingente nazionale fino a 320 militari, sostenuto da mezzi terrestri e capacità aeree.

Il contributo italiano comprende personale dell’Esercito impegnato nella sorveglianza e nell’analisi delle informazioni, reparti di fanteria e mezzi dell’Aviazione dell’Esercito. La gestione politica resta europea, mentre uomini e mezzi vengono messi a disposizione dai singoli Paesi; alcune funzioni di comando e pianificazione sono garantite tramite gli accordi Berlin Plus con la Nato.

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Quanto pesa una vittoria russa

Il Kiel Institute for the World Economy aveva stimato nel 2024 che, in caso di stop agli aiuti occidentali e di avanzata russa, la Germania avrebbe sostenuto nei cinque anni successivi costi economici da dieci a venti volte superiori a quelli necessari per continuare il sostegno militare a Kiev. La previsione dipende dalle ipotesi dello studio, ma mette in discussione l’idea che la resa coincida automaticamente con un risparmio.

Non è possibile stabilire se una vittoria di Mosca porterebbe a una nuova invasione. Diversi analisti e servizi d’intelligence, tuttavia, ritengono plausibile un’azione ostile del Cremlino nei prossimi anni per verificare la tenuta dell’articolo 5 della Nato. Tra chi ha prospettato questa eventualità c’è Carlo Masala, docente all’Università della Bundeswehr di Monaco, intervenuto durante la Lennart Meri Conference.

L’Unione europea possiede già una struttura operativa all’estero. Nel Mediterraneo, Irini contribuisce al rispetto dell’embargo sulle armi diretto alla Libia; nel Mar Rosso Aspides tutela il traffico commerciale; nell’Oceano Indiano Atalanta sostiene la sicurezza delle rotte marittime. Eumam Ukraine provvede invece alla preparazione militare del personale ucraino.

L’Italia partecipa a varie di queste attività e ospita a Roma il quartier generale del comando strategico di Irini. Mancano però un esercito federale e risorse autonome sufficienti per affrontare senza sostegno esterno una guerra convenzionale di grandi proporzioni. Le capacità principali restano legate ai governi nazionali, alla Nato e agli Stati Uniti.


Gli investimenti già programmati

La distanza tra gli impegni assunti e i mezzi effettivamente disponibili ha spinto l’Europa a finanziare nuovi programmi. Safe prevede 150 miliardi di euro in prestiti destinati a investimenti e acquisti comuni nel settore della difesa.

A questo si aggiunge il piano di preparazione militare con orizzonte 2030, indicato inizialmente con il nome “Rearm”. L’esperienza bosniaca dimostra che l’Europa è in grado di gestire una missione di stabilizzazione, ma mostra pure quanto a lungo possa essere necessario mantenere uomini e risorse sul terreno.

Un accordo può fermare i combattimenti senza rimuovere le cause della guerra. Per questo una tregua o un negoziato sull’Ucraina, senza garanzie credibili e un equilibrio di sicurezza duraturo, rischierebbero di spostare il peso del conflitto sulle frontiere di altri Paesi e sulle generazioni chiamate a proteggerle.

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