La pace in Ucraina non cancellerebbe i costi militari
L’esperienza della Bosnia mostra quanto a lungo una tregua possa richiedere presenza internazionale e nuove spese di sicurezza.
Chiedere all’Ucraina di deporre le armi per ridurre la spesa europea per la difesa potrebbe produrre l’effetto opposto. Con una vittoria russa, Mosca estenderebbe la propria influenza militare fino ai confini di Polonia, Slovacchia e Romania, imponendo investimenti duraturi in sicurezza.
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Il precedente della Bosnia
L’incidente che ha coinvolto un elicottero CH-47 Chinook nella regione bosniaca di Brčko ha causato la morte di quattro italiani e il ferimento di altri undici. Il velivolo era impegnato nella missione europea Eufor Althea, ancora attiva a trentun anni dagli accordi che fermarono la guerra in Bosnia.
Gli accordi di Dayton furono negoziati nel novembre 1995 nella base statunitense di Wright-Patterson, in Ohio, da Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione diplomatica di Richard Holbrooke. La firma arrivò a Parigi il 14 dicembre dello stesso anno, dopo un conflitto costato circa centomila vite e milioni di persone costrette a lasciare le proprie case.
La pace ha però lasciato in eredità un sistema istituzionale molto complesso. La Bosnia-Erzegovina è divisa tra la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska, mentre una presidenza tripartita e numerosi meccanismi di veto rendono difficile l’azione dello Stato centrale.
La presenza militare europea
Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea ha assunto dalla Nato la guida della missione di stabilizzazione. Eufor Althea, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, impiega circa 1.200 militari per mantenere un ambiente sicuro, verificare gli aspetti militari degli accordi di Dayton e sostenere l’addestramento delle forze bosniache.
Il mandato non è limitato all’osservazione. I contingenti svolgono pattugliamenti, esercitazioni e attività di controllo, mantenendo contatti con le autorità e con le comunità locali. In caso di peggioramento della sicurezza, la missione può intervenire direttamente.
L’Italia ha assunto il comando il 21 gennaio 2026 con il generale di divisione Maurizio Fronda. Per quest’anno il Parlamento ha autorizzato fino a 320 militari italiani, insieme a mezzi terrestri e componenti aeree; il contingente comprende personale impegnato nella sorveglianza, nella raccolta di informazioni e unità di fanteria.
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Il costo della sicurezza europea
La vicenda bosniaca mostra che la fine dei combattimenti non elimina automaticamente le cause dell’instabilità. La missione europea è subentrata alla Nato, ma dopo oltre due decenni il Paese continua a richiedere una presenza internazionale per contenere le tensioni separatiste e sostenere le istituzioni.
Secondo una stima del Kiel Institute for the World Economy pubblicata nel 2024, per la Germania un’interruzione degli aiuti occidentali all’Ucraina e una conseguente avanzata russa avrebbero prodotto, nei cinque anni successivi, costi economici da dieci a venti volte superiori a quelli del sostegno militare a Kiev. Il calcolo dipende dalle ipotesi dello studio, ma mette in discussione l’idea che la resa rappresenti automaticamente un risparmio.
L’Unione europea conduce già diverse operazioni: Irini nel Mediterraneo, per contribuire al rispetto dell’embargo sulle armi diretto alla Libia; Aspides nel Mar Rosso, a tutela della navigazione commerciale; Atalanta nell’Oceano Indiano e Eumam Ukraine, dedicata all’addestramento delle forze ucraine. L’Italia partecipa a più missioni e ospita a Roma il comando strategico di Irini.
L’Europa non dispone tuttavia di un esercito federale né delle risorse autonome necessarie per affrontare da sola una guerra convenzionale di grandi dimensioni. Personale e mezzi restano legati alle decisioni dei governi nazionali, mentre alcune capacità decisive dipendono ancora dalla Nato e dagli Stati Uniti.
Su questa distanza si concentra il programma Safe, che prevede 150 miliardi di euro in prestiti per investimenti e acquisti comuni, insieme al piano di preparazione militare al 2030, inizialmente indicato con il nome “Rearm”. La Bosnia dimostra che una tregua può interrompere le ostilità senza risolvere le tensioni originarie; per questo una fine dei combattimenti in Ucraina, senza garanzie credibili e un equilibrio di sicurezza sostenibile, potrebbe trasferire i costi della guerra agli anni successivi e ai Paesi chiamati a difendere i propri confini.
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