Tumore polmonare, la terapia supera i 21 mesi: cosa dice lo studio
La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha ridotto il rischio di morte e prolungato la sopravvivenza nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso.
La sopravvivenza mediana è salita da 12,7 a 21,1 mesi nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso che non avevano mostrato progressione dopo la terapia iniziale. È il risultato intermedio dello studio di fase 3 DeLLphi-305, nel quale tarlatamab, noto come Imdylltra, è stato aggiunto a durvalumab, commercializzato come Imfinzi da AstraZeneca.
I dati, presentati al Congresso 2026 della Società europea di oncologia medica durante un Simposio presidenziale e pubblicati nello stesso momento sul New England Journal of Medicine, indicano una riduzione del rischio di morte del 58%. Il dato è associato a un rapporto di rischio di 0,42, con intervallo di confidenza al 95% tra 0,32 e 0,54 e valore P inferiore a 0,001, dopo un periodo mediano di osservazione di circa 16 mesi.
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Un risultato rilevante per la prognosi
La sperimentazione ha coinvolto persone trattate in precedenza con durvalumab, chemioterapia a base di platino ed etoposide, senza successiva progressione della malattia. In questo contesto, la combinazione ha prodotto un vantaggio mediano superiore a 8 mesi rispetto alla prosecuzione del solo durvalumab.
Secondo Marcello Tiseo, direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e ordinario all’Università di Parma, l’immunoterapia aveva finora aggiunto in media soltanto 2-3 mesi alla sopravvivenza, portando l’attesa di vita intorno a 12-13 mesi. Il medico sottolinea inoltre che circa l’80% dei pazienti trattati con la combinazione risultava vivo a un anno e che il beneficio è stato osservato anche in presenza di metastasi cerebrali o epatiche.
I rischi osservati durante la terapia
Gli effetti indesiderati correlati al trattamento di grado 3 o superiore hanno riguardato il 20,9% dei pazienti sottoposti alla combinazione, contro il 10,8% del gruppo trattato soltanto con durvalumab. Tra gli eventi più frequenti figurano la riduzione dei neutrofili, registrata nel 3,2% dei casi, la diminuzione dell’appetito e la neutropenia, entrambe al 2,1%, oltre ad astenia e calo ponderale, ciascuno all’1,8%.
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La sindrome da rilascio di citochine è comparsa nel 49,6% dei pazienti che hanno ricevuto tarlatamab: il 41,8% degli episodi era di grado 1 e il 7,4% di grado 2. È stato segnalato un solo caso di grado 3, pari allo 0,4%, mentre non sono stati rilevati episodi di grado 4 o superiore. La sindrome da neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie ha interessato l’1,1% dei partecipanti, senza eventi almeno di grado 3.
L’interpretazione degli esperti
Jay Bradner, vicepresidente esecutivo di Amgen con responsabilità per ricerca, sviluppo, intelligenza artificiale e dati, ha definito i risultati un possibile passaggio decisivo per una patologia aggressiva: «Estendere la sopravvivenza globale mediana oltre i 21 mesi e ridurre il rischio di morte del 58% rafforza la possibilità di segnare una svolta negli standard di sopravvivenza».
Tiseo considera il dato il più ampio guadagno di sopravvivenza ottenuto finora nel trattamento del microcitoma in stadio esteso rispetto a un precedente standard attivo. L’ipotesi che emerge dallo studio è quindi quella di anticipare l’impiego di tarlatamab nel percorso terapeutico, con l’obiettivo di modificare l’evoluzione di una malattia finora difficile da controllare.
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