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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Tumore polmonare, la svolta arriva a 21 mesi: cosa mostrano i nuovi dati

La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha ridotto del 58% il rischio di morte nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso.

Il carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso resta una delle forme oncologiche più difficili da controllare, ma i risultati intermedi dello studio DeLLphi-305 indicano un possibile cambio di scenario. L’associazione tra tarlatamab e durvalumab ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, contro i 12,7 mesi ottenuti con il solo durvalumab nei pazienti che non avevano mostrato progressione dopo la terapia iniziale.

Il dato più rilevante riguarda la riduzione del 58% del rischio di morte, con un rapporto di rischio pari a 0,42, un intervallo di confidenza del 95% compreso tra 0,32 e 0,54 e un valore P inferiore a 0,001. L’analisi è stata condotta dopo un periodo mediano di osservazione di circa 16 mesi.

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Una sopravvivenza mai raggiunta prima

La ricerca ha coinvolto pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso già trattati con durvalumab, chemioterapia a base di platino ed etoposide, senza evidenza di progressione della malattia. Nel successivo trattamento di mantenimento, l’aggiunta di tarlatamab ha garantito oltre otto mesi in più di sopravvivenza mediana.

Secondo Marcello Tiseo, direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e ordinario all’Università di Parma, l’immunoterapia aveva finora prodotto un incremento mediano della sopravvivenza di circa 2-3 mesi, portando l’attesa di vita a 12-13 mesi. «I risultati dello studio DeLLphi-305 sono veramente importanti perché mostrano come la combinazione di tarlatamab e durvalumab sia in grado di prolungare la sopravvivenza a 21,1 mesi», ha spiegato.

Il beneficio è stato rilevato anche nei gruppi di pazienti considerati più complessi, compresi quelli con metastasi cerebrali o al fegato. A un anno, la quota di pazienti ancora vivi si è avvicinata all’80%, secondo i dati presentati.


I rischi legati alla combinazione

L’efficacia è stata valutata insieme al profilo di sicurezza. Eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore sono comparsi nel 20,9% dei pazienti che hanno ricevuto entrambi i farmaci, mentre la percentuale è stata del 10,8% nel gruppo trattato soltanto con durvalumab.

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Tra le reazioni più frequenti di grado almeno 3 sono state osservate la riduzione dei neutrofili, nel 3,2% dei casi, la perdita di appetito e la neutropenia, entrambe al 2,1%, oltre ad astenia e calo ponderale, ciascuno all’1,8%.

La sindrome da rilascio di citochine ha interessato il 49,6% dei pazienti trattati con tarlatamab: nella maggior parte dei casi era di grado 1, pari al 41,8%, o di grado 2, nel 7,4%. Si è registrato un solo episodio di grado 3, corrispondente allo 0,4%, e nessun caso di grado 4 o superiore. La neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie è comparsa nell’1,1% dei pazienti, senza episodi di grado 3 o superiore.


La possibile svolta terapeutica

I risultati sono stati illustrati al Congresso 2026 della Società europea di oncologia medica, durante un simposio presidenziale, e pubblicati nello stesso momento sul New England Journal of Medicine. La presentazione è stata accolta dagli applausi dei partecipanti.

Jay Bradner, vicepresidente esecutivo per Ricerca e sviluppo, intelligenza artificiale e dati di Amgen, ha definito i risultati «un progresso senza precedenti» per questa forma aggressiva di tumore. L’azienda ha inoltre fatto sapere di voler sottoporre rapidamente i dati alle autorità regolatorie di diversi Paesi.

Per Tiseo, l’introduzione di tarlatamab in una fase anticipata del percorso terapeutico potrebbe incidere in modo sostanziale sull’evoluzione della malattia. La combinazione, ha sottolineato, rappresenta il più ampio guadagno di sopravvivenza osservato finora nel trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso rispetto a un precedente standard terapeutico attivo.

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