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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Tumore polmonare, la svolta dei 21 mesi: rischio di morte ridotto del 58%

La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha prolungato la sopravvivenza nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso.

Nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso, la combinazione di tarlatamab e durvalumab ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, contro i 12,7 mesi ottenuti con il solo durvalumab. Marcello Tiseo sottolinea che il vantaggio è emerso anche tra le persone con metastasi cerebrali o epatiche, categorie generalmente associate a una prognosi più complessa.

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Il beneficio riguarda anche i casi più difficili

Nel corso dello studio DeLLphi-305, il trattamento è stato valutato come terapia di mantenimento in pazienti che non avevano mostrato una progressione dopo la fase iniziale con durvalumab, chemioterapia a base di platino ed etoposide. Secondo Tiseo, il risultato rappresenta il più ampio incremento di sopravvivenza mai osservato nel trattamento del microcitoma in stadio esteso rispetto a un precedente standard terapeutico attivo.

L’oncologo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma evidenzia inoltre che il beneficio non si è limitato al gruppo complessivo dello studio. L’effetto è stato rilevato anche nei sottogruppi con metastasi al cervello o al fegato, per i quali le prospettive cliniche sono spesso meno favorevoli.


Effetti avversi sotto osservazione

L’aggiunta di tarlatamab ha aumentato la frequenza degli eventi avversi gravi: quelli correlati al trattamento e di grado almeno 3 hanno interessato il 20,9% dei pazienti, rispetto al 10,8% registrato con il solo durvalumab. Tra le reazioni più frequenti sono state segnalate la riduzione dei neutrofili, verificatasi nel 3,2% dei casi, la perdita di appetito e la neutropenia, entrambe al 2,1%, oltre ad astenia e calo ponderale, entrambe all’1,8%.

La sindrome da rilascio di citochine è comparsa nel 49,6% dei pazienti sottoposti alla combinazione, soprattutto con intensità lieve: il 41,8% degli episodi era di grado 1 e il 7,4% di grado 2. È stato registrato un solo caso di grado 3, pari allo 0,4%, mentre non sono emersi episodi di grado 4 o superiore. La neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie ha riguardato l’1,1% dei pazienti, senza manifestazioni di grado almeno 3.

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Una riduzione netta del rischio

I risultati intermedi indicano che tarlatamab, somministrato insieme a durvalumab, ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto al solo durvalumab. Il rapporto di rischio è stato pari a 0,42, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,32 e 0,54 e valore P inferiore a 0,001, sulla base di un periodo mediano di osservazione vicino ai 16 mesi.

Per Jay Bradner, vicepresidente esecutivo di Amgen con responsabilità per ricerca e sviluppo, intelligenza artificiale e dati, il superamento dei 21 mesi di sopravvivenza mediana indica la possibilità di cambiare le aspettative associate a una malattia particolarmente aggressiva. L’azienda ha spiegato di voler sottoporre rapidamente i risultati alle autorità regolatorie internazionali.


Dati presentati al congresso

I risultati sono stati illustrati durante il Congresso 2026 della Società europea di oncologia medica, all’interno di un simposio presidenziale, con l’abstract LBA3. La pubblicazione è avvenuta nello stesso momento sul New England Journal of Medicine, mentre la presentazione è stata accompagnata dagli applausi dei presenti.

Tiseo ricorda che, prima dell’arrivo dell’immunoterapia, il carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso disponeva di opzioni con progressi limitati. L’immunoterapia aveva aggiunto in media circa 2-3 mesi alla sopravvivenza, portando l’attesa complessiva intorno a 12-13 mesi; i nuovi dati, invece, suggeriscono che l’impiego anticipato di tarlatamab potrebbe incidere in modo sostanziale sull’evoluzione della malattia.

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