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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Tumore polmonare, la terapia combinata supera i 21 mesi di sopravvivenza

I risultati dello studio DeLLphi-305 indicano una riduzione del 58% del rischio di morte nel carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso.

Una nuova combinazione terapeutica ha prodotto un risultato rilevante nel carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso. Nei pazienti che non avevano mostrato progressione dopo il trattamento iniziale, tarlatamab associato a durvalumab ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, contro i 12,7 mesi ottenuti con il solo durvalumab.

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Un vantaggio di oltre otto mesi

I dati provengono dallo studio di fase 3 DeLLphi-305 e sono stati presentati al Congresso 2026 della Società europea di oncologia medica, durante un Simposio presidenziale. La ricerca è stata pubblicata nello stesso momento sul New England Journal of Medicine; al termine della presentazione, la sala ha accolto i risultati con un applauso.

Secondo l’analisi intermedia, la combinazione ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto alla monoterapia, con un rapporto di rischio pari a 0,42, un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,32 e 0,54 e un valore P inferiore a 0,001. Il periodo mediano di osservazione è stato di circa 16 mesi.

Il trattamento è stato somministrato come mantenimento dopo una prima fase con durvalumab, chemioterapia a base di platino ed etoposide. Per Jay Bradner, vicepresidente esecutivo di Amgen per Ricerca e sviluppo, Intelligenza artificiale e dati, «estendere la sopravvivenza globale mediana oltre i 21 mesi e ridurre il rischio di morte del 58% rafforza la possibilità di segnare una svolta».


Un risultato anche nei casi più difficili

Marcello Tiseo, direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e ordinario all’Università di Parma, ha definito particolarmente significativo il risultato in una malattia che negli anni ha registrato progressi limitati. In precedenza, l’immunoterapia aveva aumentato la sopravvivenza mediana di circa 2-3 mesi, portando l’attesa media a 12-13 mesi.

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Il beneficio osservato con tarlatamab e durvalumab è emerso anche in sottogruppi considerati più complessi, compresi i pazienti con metastasi cerebrali o epatiche. Tiseo ha sottolineato che circa l’80% dei partecipanti risultava vivo a un anno e ha definito l’incremento ottenuto «il maggiore guadagno in sopravvivenza» registrato finora rispetto a un precedente trattamento attivo per il microcitoma in stadio esteso.


Gli effetti indesiderati sotto osservazione

Gli eventi avversi correlati alla terapia di grado almeno 3 hanno riguardato il 20,9% dei pazienti sottoposti alla combinazione, mentre la percentuale è stata del 10,8% nel gruppo trattato soltanto con durvalumab. Tra le reazioni più frequenti sono state segnalate la riduzione dei neutrofili, la diminuzione dell’appetito, la neutropenia, l’astenia e il calo di peso.

La sindrome da rilascio di citochine è comparsa nel 49,6% dei pazienti che hanno ricevuto tarlatamab: nella maggior parte dei casi era di grado 1, pari al 41,8%, o di grado 2, pari al 7,4%. È stato registrato un solo episodio di grado 3, equivalente allo 0,4%, mentre non si sono verificati casi di grado 4 o superiore. La neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie ha interessato l’1,1% dei partecipanti, senza episodi di grado almeno 3.

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