1.083notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Trussardi riparte dal levriero: la sfida del brand dopo la crisi

Alberto Racca rilegge l’eredità di Nicola Trussardi e racconta il tentativo del gruppo Miroglio di riportare il marchio al centro del mercato

«Nella moda c’è sempre un equilibrio tra arte e scienza e, trattandosi anche di arte, c’è sempre una componente personale». Alberto Racca usa queste parole per descrivere la difficoltà più delicata attraversata da Trussardi: mantenere riconoscibile l’identità del marchio mentre cambiano le persone, le sensibilità e le strategie. Secondo l’amministratore delegato, proprio il mancato allineamento tra visioni differenti avrebbe contribuito a indebolire il percorso della maison negli anni successivi alla stagione di Nicola Trussardi.

Su questa eredità pesa anche una storia familiare segnata da due lutti. Nicola morì nell’aprile del 1999, a 56 anni, in un incidente sulla Tangenziale Est di Milano; quattro anni dopo, nel gennaio del 2003, perse la vita nello stesso modo il figlio Francesco, chiamato a raccogliere importanti responsabilità nell’impresa. Beatrice proseguì il lavoro aziendale e sviluppò la Fondazione Nicola Trussardi, mentre Gaia assunse la direzione creativa nel 2013, lasciandola nel 2018. Tomaso, invece, ebbe un ruolo sempre più rilevante nella gestione del gruppo.

Offerta del giorno20 ottobre

LOOKFANTASTIC

-22% su LOOKFANTASTIC

Scade tra 4 giorni
******


Un’identità da ricomporre

Dopo quei passaggi, Trussardi ha sperimentato nuove collezioni e progetti legati alla ristorazione e al mondo dello stile di vita. Il tentativo di tenere insieme creatività, riconoscibilità e risultati economici, tuttavia, si è rivelato complesso. Racca interpreta quella fase come il risultato di sensibilità forti ma non sempre convergenti, capaci di rendere meno nitido il posizionamento del marchio.

La svolta societaria è arrivata nel 2024, quando il gruppo Miroglio ha rilevato Trussardi dopo un lungo periodo di difficoltà aziendali. La nuova proprietà sta lavorando per riportare il nome sul mercato, prendendo come riferimento il modo in cui Nicola aveva concepito la maison: non soltanto come produttrice di abiti, ma come presenza capace di entrare nella vita quotidiana attraverso oggetti, ambienti e collaborazioni.

A raccontare questa fase è anche il ritorno di Trussardi al Salone Nautico di Genova. Il marchio ha contribuito alla progettazione di alcuni ambienti istituzionali e della sala ospiti tramite Trussardi Casa, affiancando all’iniziativa una collezione in edizione limitata. Il progetto richiama l’idea di costruire un universo coerente intorno al nome, una strada che Nicola aveva imboccato molti anni prima che diventasse una formula consueta nel settore.


La valigia che raccontava tutto

Il primo ricordo di Racca legato a Trussardi non nasce da una passerella. È una vecchia valigia per abiti, composta da due pellami, con finiture e marchio in contrasto, vista circolare in casa molto tempo prima che lui arrivasse alla guida dell’azienda. A colpirlo, spiega, era la precisione con cui ogni elemento sembrava pensato.

«Quello che mi colpiva era il gusto. Si vedeva che c’era un lavoro meticoloso di ricerca della bellezza tramite il dettaglio», racconta a FQMagazine. In quell’accessorio Racca riconosce oggi la sintesi del progetto di Nicola: un’eleganza concreta, facilmente identificabile e destinata a stare accanto alle persone, non soltanto a comparire nelle occasioni ufficiali.

La vicenda dell’azienda era iniziata a Bergamo nel 1911, con il laboratorio di guanti aperto da Dante Trussardi. La qualità dei prodotti lo portò tra i fornitori della famiglia reale britannica. All’inizio degli anni Settanta fu il nipote Nicola a prendere il comando dell’attività e a trasformarne radicalmente l’orizzonte, affiancato da Maria Luisa Gavazzeni, incontrata quando lei aveva 16 anni e lui 18 e sposata dieci anni più tardi.


Il levriero oltre la moda

Nicola ampliò progressivamente il catalogo: al primo profumo del 1980 seguirono la collezione di abbigliamento del 1983, il secchiello, i jeans, gli occhiali, le biciclette e i telefoni. Il suo nome arrivò anche in contesti lontani dalle passerelle: progettò la lounge Alitalia di Fiumicino, collaborò con Alfa Romeo, vestì la nazionale italiana alle Olimpiadi di Seul nel 1988 e diede il nome al PalaTrussardi.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

Il levriero divenne così uno dei simboli della Milano degli anni Ottanta e dell’Italia associata a Bettino Craxi, con cui Nicola aveva rapporti amichevoli. Per un congresso del Psi arrivò persino a disegnare le divise delle hostess, caratterizzate da giacche bianche e garofani rossi stilizzati.

Racca attribuisce a quel simbolo un significato preciso: «È il simbolo di un lusso non urlato. Il levriero sta davanti agli altri, però non ostenta». A suo giudizio, l’originalità di Nicola si fondava su tre intuizioni: l’uso sistematico del marchio, allora ancora poco praticato; l’ingresso in settori estranei alla moda, accolto non senza diffidenza; e il rapporto con il mondo della cultura, attraverso iniziative insieme ad artisti, intellettuali, registi e cantanti.


Una moda pensata per vivere

Per Nicola, secondo Racca, ogni prodotto doveva avere una funzione, dall’abito al telefono cellulare. La creatività non poteva restare separata dall’esistenza concreta: la moda doveva accompagnare la vita, non limitarsi a celebrare la propria dimensione estetica. Da questa impostazione nacque una contaminazione tra industria, cultura e abbigliamento che oggi appare familiare, ma all’epoca suscitava perplessità.

L’imprenditore fu tra i primi a estendere la propria idea di eleganza a profumi, automobili, occhiali, arredi e persino a un posacenere. Il suo modo di muoversi, ricorda Racca, veniva apprezzato dal pubblico ma guardato con sospetto da una parte dell’ambiente della moda, anche perché Nicola non proveniva dal percorso tradizionale degli stilisti e arrivava da Bergamo.

Il figlio Tomaso, in un’intervista del 2024 al podcast 1% di Giacomo Freddi, ha offerto una lettura personale di quella distanza. A suo avviso, il padre sarebbe stato osteggiato dagli altri creatori anche per ragioni legate alla sua origine, alla formazione e alla sua identità personale; lo aveva descritto come una figura trattata da diversa.


Le sfilate fuori dai palazzi

Nicola rispose a quel sistema di esclusione portando la moda in luoghi accessibili a tutti. A Milano organizzò appuntamenti in Piazza Duomo e alla Stazione Centrale, permettendo a pendolari e passanti di assistere a uno spettacolo normalmente riservato agli invitati del settore.

È soprattutto l’evento alla stazione a essere rimasto impresso a Racca. «In questi luoghi ci passano i pendolari, chi vive in periferia e torna a casa sua dopo una lunga giornata di lavoro e si trova la sfilata davanti. Era un chiaro segnale di cosa fosse Trussardi», dice il manager.

Resta difficile stabilire come Nicola riuscisse a sostenere intuizioni tanto lontane dalle convenzioni del tempo. Racca ammette che avrebbe voluto rivolgergli direttamente questa domanda, ma non mette in dubbio la solidità della sua visione: l’imprenditore aveva compreso con chiarezza quale valore potesse assumere un marchio ben costruito e quanto potesse estendersi oltre il semplice abito.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere