Trentodoc, il tempo che trasforma la tradizione in futuro
Dalle botti del nonno alle nuove riserve: la storia della famiglia Lunelli racconta come ricerca, attesa e relazioni abbiano fatto crescere il vino trentino
Per creare un grande Trentodoc non bastano una buona vendemmia e una tecnica affinata: servono memoria, sperimentazione e la capacità di aspettare. È questo il filo che attraversa la storia della famiglia Lunelli, impegnata a rinnovare la propria produzione senza perdere il legame con le origini.
L’innovazione nasce dalla memoria
A metà degli anni Novanta Marcello Lunelli e il direttore tecnico Ruben Larentis ripresero una pratica utilizzata dal nonno Bruno prima dell’arrivo dell’acciaio inossidabile: la prima fermentazione in legno. L’ispirazione arrivava anche da una fotografia degli anni Sessanta, nella quale Bruno, insieme al figlio e al fratello Gino, festeggia in cantina l’apertura di una bottiglia. Alle loro spalle si riconoscono le grandi botti di rovere austriaco allora impiegate.
Il legno, tuttavia, doveva restare un sostegno e non diventare il tratto dominante del vino. Per trovare questa misura furono necessari diversi anni di prove. La svolta arrivò con la vendemmia 2002, giudicata difficile in molte zone d’Italia ma particolarmente riuscita in Trentino. Nel 2009, dopo ulteriori verifiche, venne presentata la prima annata di un Trentodoc nato dall’incontro tra innovazione e tradizione: il Ferrari Riserva Lunelli, dedicato al nonno Bruno attraverso il cognome di famiglia.
Le nuove etichette hanno richiesto anni
La stessa vendemmia diede origine anche al Ferrari Perlé Nero, il primo spumante bianco della casa ottenuto esclusivamente da uve a bacca nera. Il Pinot nero, infatti, possiede una buccia scura ma una polpa chiara e, se lavorato senza il contatto prolungato con le bucce, può produrre un vino bianco. In seguito la linea Perlé si arricchì con il Perlé Bianco, prodotto solo con Chardonnay, e con il Perlé Zero, al quale non vengono aggiunti zuccheri nella fase conclusiva della lavorazione.
Per il rosé del Giulio Ferrari l’attesa fu ancora più lunga. La decisione di intervenire su un’etichetta così rappresentativa venne presa con la vendemmia 2006, ma furono necessari dodici anni prima di raggiungere il livello di maturazione ritenuto adeguato. Il risultato, secondo il racconto della famiglia, rispettò le aspettative riposte nel progetto.
Il vino cresce anche nelle relazioni
Ogni nuova etichetta nasce da una previsione sul futuro: bisogna immaginare come evolverà il vino dopo tre, cinque oppure dieci anni. Negli anni Duemila questo metodo portò a un ampliamento della proposta di millesimati e riserve, frutto di sperimentazioni durate a lungo prima di arrivare sul mercato.
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Anche la presentazione delle novità diventò parte del percorso. Le serate si svolgevano in palazzi storici o luoghi dedicati alla cultura contemporanea, soprattutto a Milano, con abbinamenti gastronomici studiati insieme a chef di alto livello. Tra gli invitati figuravano ristoratori, sommelier, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni e personalità della cultura, dello spettacolo e dello sport.
L’obiettivo non era soltanto proporre una degustazione, ma creare occasioni di incontro in un clima elegante e al tempo stesso informale. Per i cugini Lunelli, il rapporto diretto e il passaparola hanno sempre avuto un peso maggiore rispetto alla comunicazione a senso unico della pubblicità. Oggi questa rete di relazioni comprende anche gli strumenti digitali.
Un libro per raccontare il percorso
La vicenda è raccolta nel volume “Un’arte di famiglia. Storia di un sogno diventato il brindisi italiano per eccellenza”, scritto da Camilla Lunelli e pubblicato da Sperling & Kupfer. Il libro conta 256 pagine e ha un prezzo di 19,90 euro.
La presentazione è prevista l’8 ottobre alle 18.30 nelle Cantine Ferrari di Trento, in Via del Ponte 15. Il calendario prosegue il 23 ottobre alle 18.30 da Eataly Roma, in Piazzale 12 Ottobre 7, e il 7 novembre alle 12.00 a Merano, nella Zedern Lounge dell’Hotel Therme, in Piazza Terme 1.
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