Tel Aviv nel mirino dei coloni: la conquista passa dalla cultura
Nella città laica e cosmopolita stanno comparendo nuclei nazional-religiosi: una strategia organizzata punta a cambiare l’immagine dei coloni e il volto politico della metropoli.
Tel Aviv è da sempre associata a un Israele urbano, laico e cosmopolita, molto distante dall’universo dei coloni nazional-religiosi. Eppure proprio qui, tra edifici in stile Bauhaus, locali e quartieri orientati a sinistra, si sta consolidando una presenza che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fuori posto: giovani coppie provenienti dagli insediamenti della Cisgiordania, piccole comunità religiose e luoghi di preghiera ricavati negli spazi condominiali.
Non si tratta di un trasferimento casuale. Dietro l’arrivo di questi gruppi c’è un piano sostenuto da associazioni vicine ai coloni, interessate a estendere la loro influenza non attraverso la crescita demografica, ma mediante una trasformazione culturale della città più secolare d’Israele.
La strategia dei nuclei religiosi
Le organizzazioni coinvolte selezionano piccoli gruppi, spesso formati da coppie molto giovani, e li accompagnano nell’insediamento nei quartieri più lontani dai valori nazional-religiosi. L’obiettivo è rendere familiare una presenza che, almeno inizialmente, può apparire estranea: uomini con la kippà srugà, donne con gonne lunghe e capelli coperti da foulard, famiglie impegnate nella creazione di nuovi circuiti comunitari.
In diversi condomini sono comparsi piccoli luoghi di culto. Alcuni sono semplici shtibel, ambienti destinati alla preghiera collettiva che non hanno bisogno delle autorizzazioni richieste a una sinagoga vera e propria. La formula consente di agire con discrezione, evitando di attirare subito l’attenzione delle istituzioni e dei mezzi d’informazione.
La logica è quella dell’avamposto: partire da un gruppo ristretto, rafforzare i legami interni e attendere che la comunità raggiunga una dimensione sufficiente per rivendicare una presenza stabile. In questo modo, la conquista non passa dall’occupazione fisica di nuovi territori, ma dalla capacità di modificare abitudini, percezioni e rapporti di forza all’interno della città.
Un modello preso dai pionieri
Il paradosso è evidente. I movimenti dei coloni cercano normalmente di portare gli israeliani verso gli insediamenti della Cisgiordania; in questo caso, invece, spostano giovani provenienti dalle colonie nel cuore di una metropoli prevalentemente laica. Il terreno dello scontro, tuttavia, non è la quantità degli abitanti, bensì il significato attribuito alla loro presenza.
La struttura scelta richiama quella dei garin, i gruppi di giovani che in passato contribuirono alla nascita dei kibbutz socialisti. Oggi le associazioni religiose parlano di garin Torani, cioè “nuclei della Torah”, riprendendo un termine legato alla storia dei pionieri sionisti, ma mettendolo al servizio di un progetto nazionalista e religioso.
Itai Sela, giovane esponente del movimento Igud HaChavot, rivendica apertamente questo parallelismo. «Un tempo c’erano i kibbutz e il Nahal, oggi ci siamo noi», ha affermato, spiegando che la sua generazione considera la presenza sul territorio una battaglia decisiva. Igud HaChavot promuove soprattutto insediamenti agricoli in Cisgiordania ed è stato associato anche ad azioni violente contro i palestinesi.
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La città bianca cambia volto
A Tel Aviv il cambiamento è percepibile nei dettagli quotidiani. I nuovi residenti religiosi attraversano strade dove si vendono cibi non kosher e abiti lontani dai loro codici morali, senza mostrare esitazione: la loro intenzione è comportarsi da abitanti legittimi, non da ospiti temporanei.
La giornalista Lisa Goldman ha ricostruito il fenomeno osservando uno di questi insediamenti discreti. In un edificio un tempo frequentato da residenti bohémien, i coloni hanno creato uno spazio di preghiera; davanti a ristoranti e negozi incompatibili con il loro stile di vita, secondo il suo racconto, mostrano la sicurezza di chi si sente già padrone del luogo.
Il progetto mira infatti a rendere normale ciò che, per molti abitanti di Tel Aviv, continua a rappresentare un corpo estraneo. La visibilità cresce gradualmente, insieme alla capacità di costruire reti sociali, organizzare attività religiose e presentarsi come parte integrante del quartiere.
Dalle colonie alla politica nazionale
Questa espansione urbana si inserisce in un processo più ampio. Il timore espresso dopo la guerra dei Sei giorni da Pinhas Sapir, secondo cui il controllo dei Territori avrebbe finito per condizionare lo stesso Israele, appare oggi attuale anche sul piano geografico e sociale. «Se continuiamo a tenere in pugno i Territori, prima o poi saranno i Territori a tenere in pugno noi», avvertiva allora il ministro.
La presenza dei coloni nella metropoli mostra come il loro progetto non riguardi più soltanto gli insediamenti oltre la Linea Verde. La loro influenza si è estesa alla politica e al dibattito morale del Paese, e ora cerca spazio anche nei quartieri della città più distante dal loro modello di società.
La differenza tra i due mondi emerge anche nel rapporto con la politica. Per molti laici israeliani essa resta un interesse intermittente, mentre per i coloni religiosi costituisce il centro dell’esistenza quotidiana. È questa continuità dell’impegno, più ancora dei numeri, a spiegare la loro capacità di avanzare lentamente dentro Tel Aviv.
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