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Attualità 4 min di lettura58 min fa

Tecnologia e sovranità, il paradosso italiano: basta un comando per fermarla

Il caso Starlink in Ucraina riapre il tema dell’autonomia nazionale: Roma dipende da fornitori statunitensi e cinesi per difesa, cloud, reti, posta elettronica e infrastrutture digitali.

La tecnologia può diventare una leva geopolitica decisiva: un servizio digitale interrotto a distanza può compromettere comunicazioni, difesa e attività pubbliche. Il caso dell’Ucraina, privata dell’accesso a parte delle capacità satellitari di Starlink, mostra con chiarezza cosa accade quando un Paese dipende da infrastrutture controllate dall’estero. E l’Italia, tra fornitori statunitensi e componenti cinesi, non è estranea al problema.

Guido Crosetto ha definito la sovranità tecnologica «irrinunciabile» e ha sostenuto che «la tecnologia sta diventando una forma di potere». Il ministro della Difesa lo ha detto al Senato il 15 ottobre e lo ha ribadito il giorno seguente, durante la presentazione del computer quantistico Volta B1, indicando per l’Italia due alternative: subire decisioni altrui oppure partecipare alla definizione delle regole su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture.

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Starlink mostra il prezzo della dipendenza

Secondo Crosetto, la decisione degli Stati Uniti di limitare l’accesso ucraino ai satelliti e alle informazioni di intelligence rappresenta un errore grave. In un’intervista alla Bbc, il ministro ha avvertito che privare Kiev di quelle risorse può indebolirla e spingere Mosca a credere nella possibilità di vincere, prolungando così il conflitto.

Il punto non riguarda soltanto le comunicazioni sul campo di battaglia. Un’azienda straniera può infatti interrompere un servizio con un comando remoto, rendendo visibile in guerra una vulnerabilità che in tempo di pace resta quasi nascosta. Per l’Ucraina, lo stop imposto a Starlink ha avuto conseguenze operative e ha offerto un vantaggio alla Russia; per l’Europa, è un avvertimento sulla dipendenza tecnologica nel comparto della Difesa.

Un rapporto pubblicato lo scorso aprile, intitolato “Cloud Defense: An Exposed European flank”, colloca l’Italia, insieme a Francia e Spagna, tra i Paesi a rischio medio. Gran parte del continente viene invece considerata esposta a un livello più elevato. Nel caso italiano, i sistemi della Difesa sono stati trasferiti nel Polo Strategico Nazionale, che utilizza tecnologie di Google e Oracle e gestisce servizi in collaborazione con Google, Microsoft Azure, Amazon Web Services e Oracle.


Il cloud nazionale resta legato agli stranieri

Il Polo Strategico Nazionale era stato concepito come una risposta sovrana alla necessità di proteggere dati e servizi pubblici. Tuttavia, la presenza di grandi fornitori con sede fuori dall’Unione europea mantiene aperto il problema. La Strategia cloud del 2021, firmata da Palazzo Chigi e dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, aveva già segnalato il rischio di modifiche unilaterali alle condizioni contrattuali, aumenti dei costi o sospensioni dei servizi per decisioni non controllabili dall’Italia.

La stessa dipendenza emerge nella posta elettronica delle amministrazioni e nelle infrastrutture destinate all’intelligenza artificiale. Secondo un rapporto diffuso nel luglio 2025 da Proton, il 69% delle società italiane quotate utilizza fornitori statunitensi per la posta elettronica; nel settore bancario la quota sale al 73%.

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Anche la costruzione dei nuovi centri per l’elaborazione dei dati vede un ruolo dominante delle aziende americane. Le stime dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano indicano che, tra il 2026 e il 2028, circa metà degli investimenti in Italia arriverà da Amazon, Google e Microsoft. Il controllo non riguarda soltanto gli edifici, ma anche server, programmi e servizi ospitati al loro interno.


Sanzioni e accesso ai dati

La dipendenza può diventare ancora più delicata nel caso di sanzioni decise da Washington. Un’impresa statunitense, per rispettare la legge, potrebbe dover sospendere il servizio a un soggetto colpito da provvedimenti del governo. Un precedente riguarda il collettivo per la privacy digitale Autistici Inventati, costretto di fatto a interrompere le proprie attività dopo un ordine esecutivo americano.

Negli ultimi anni sono stati sanzionati anche cittadini e organizzazioni europee, tra cui Thierry Breton, ex commissario dell’Unione europea, e quattro magistrati della Corte penale internazionale. A questo si aggiunge il Cloud Act, che consente alle autorità statunitensi di chiedere l’accesso ai dati conservati dai fornitori americani anche quando i loro server si trovano fuori dagli Stati Uniti.


Anche Pechino ha un ruolo strategico

Il quadro italiano non dipende però soltanto da Washington. Componenti e dispositivi prodotti in Cina sono presenti nelle reti senza fili delle amministrazioni, nei router, negli apparati di rete e in parti dei server e dei centri dati. Numerosi Comuni e Regioni utilizzano inoltre telecamere di videosorveglianza realizzate da aziende cinesi.

La presenza di Pechino riguarda anche le reti mobili di quinta generazione e le infrastrutture a banda larga. In questo scenario si inserisce Starlink, che ha accantonato il progetto da 1,5 miliardi di euro destinato alla Difesa, come confermato da Crosetto, ma ha siglato un’intesa con Fastweb-Vodafone per portare collegamenti veloci nelle zone rurali. Una sperimentazione è prevista sugli Appennini centrali.

Il contrasto è quindi evidente: mentre il ministro indica l’autonomia tecnologica come una condizione della sovranità, infrastrutture essenziali italiane continuano a poggiare su imprese e tecnologie controllate da potenze straniere. In caso di crisi, il rischio non sarebbe soltanto economico: potrebbe riguardare direttamente la sicurezza nazionale.

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