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Attualità 3 min di lettura45 min fa

Studenti stranieri a scuola: il nodo delle quote divide l’Europa

L’Italia valuta nuovi limiti e obblighi linguistici, mentre Francia, Germania, Svezia e Polonia seguono strade diverse per favorire l’inclusione senza creare separazione.

L’aumento degli alunni con un percorso migratorio sta mettendo alla prova i sistemi scolastici europei. Il problema è comune, ma le risposte cambiano: alcuni Paesi puntano sul sostegno linguistico, altri sulla distribuzione degli studenti tra le classi o su regole più rigide legate alla laicità.

In Italia il tema è tornato al centro dopo l’annuncio di un pacchetto di misure da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Tra le ipotesi figurano un limite alla presenza di studenti stranieri nelle classi, il divieto di burqa e niqab negli istituti e corsi obbligatori di italiano per i genitori degli alunni considerati più in difficoltà sul piano dell’integrazione.


L’Italia riparte dal limite del 30%

Secondo i dati elaborati dalla Fondazione Ismu sulla base delle informazioni Istat relative all’anno scolastico 2024/2025, gli studenti con cittadinanza non italiana sono circa l’11,6% della popolazione scolastica. La proposta del governo nasce dalla preoccupazione che una concentrazione elevata di ragazzi privi di adeguate competenze linguistiche possa rendere più difficile il lavoro didattico e rallentare l’inserimento.

Un’indicazione sul tetto del 30% esiste già da tempo in una circolare ministeriale, ma nelle zone con una forte presenza migratoria è stata applicata solo in misura limitata. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha giudicato l’idea «condivisibile» dal punto di vista dell’insegnamento, sottolineando però le difficoltà operative per gli istituti situati nei quartieri dove vivono molte famiglie straniere.

La questione, quindi, non riguarda soltanto la percentuale da fissare. Applicare una soglia potrebbe essere complesso proprio nei territori in cui la composizione della popolazione rende inevitabile una presenza significativa di alunni con cittadinanza non italiana.


La Francia sceglie la via linguistica

Parigi non prevede quote numeriche per gli studenti stranieri. L’accesso alla scuola è riconosciuto a tutti i minori, senza che la nazionalità o la scarsa conoscenza del francese possano diventare un ostacolo all’iscrizione.

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Per chi arriva da poco è previsto il programma EANA, che offre un accompagnamento intensivo nell’apprendimento della lingua. L’obiettivo è portare gli alunni, nel minor tempo possibile, dentro le classi ordinarie, mantenendo nel frattempo il sostegno necessario per seguire le lezioni.

A distinguere il modello francese è anche il ruolo attribuito ai principi di laicità. In assenza di un tetto agli iscritti stranieri, il sistema concentra l’attenzione sulle regole comuni dell’istituzione scolastica e sull’inserimento linguistico, invece che sulla distribuzione numerica degli alunni.


Una sfida condivisa con ricette diverse

Germania e Svezia hanno sviluppato classi preparatorie per i nuovi arrivati, mentre la Polonia ha introdotto percorsi linguistici dopo l’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati ucraini. Le esperienze citate mostrano come l’Europa stia cercando strumenti per gestire un fenomeno ormai diffuso, senza trasformare il supporto iniziale in una separazione permanente.

Il punto di equilibrio resta difficile da individuare. Da una parte le scuole devono garantire un apprendimento efficace della lingua e favorire la socializzazione; dall’altra, le misure adottate non dovrebbero produrre classi isolate o accentuare le divisioni tra studenti. È su questo confronto tra inclusione, organizzazione didattica e coesione sociale che si concentra il dibattito nei diversi Paesi.

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