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Attualità 3 min di lettura15 ore fa

Stipendi dei docenti, il divario che pesa: fino al 36% in meno

Il rapporto Ocse fotografa salari inferiori ai colleghi stranieri e agli altri laureati, mentre aumentano le difficoltà di reclutamento e restano forti le differenze territoriali.

La petizione «Il futuro non si arma, si insegna» chiede al Governo e al Parlamento di superare gli interventi provvisori e di affrontare con una politica stabile il problema delle retribuzioni degli insegnanti. L’obiettivo indicato è avvicinare gli stipendi italiani alle medie europee, considerate una condizione necessaria per rendere la professione più attrattiva.

Un segnale incoraggiante arriva intanto dal calo dei giovani tra i 18 e i 24 anni che non lavorano e non studiano né frequentano percorsi formativi. La loro quota è passata dal 30% al 16% tra il 2015 e il 2025; nello stesso periodo si è ridotta anche la percentuale di giovani adulti con un livello di istruzione basso.


La paga resta lontana dai laureati

Il quadro sui docenti emerge da «Education at a Glance 2026», il rapporto dell’Ocse dedicato ai sistemi educativi internazionali. In Italia gli insegnanti della scuola dell’infanzia ricevono il 36% in meno rispetto agli altri lavoratori laureati, mentre per quelli della secondaria di primo grado la distanza è del 33%.

Il confronto interno conferma la penalizzazione della categoria. Un insegnante della primaria percepisce il 64% dello stipendio medio di un laureato con analoga istruzione impiegato in un altro comparto; nella secondaria di secondo grado il rapporto sale al 71%. Anche il vantaggio economico legato alla laurea è più contenuto che altrove: in Italia arriva al 35%, contro il 54% medio dell’Ocse.

«Un docente della primaria a inizio carriera in Spagna guadagna circa il 48% in più rispetto a un collega italiano. In Germania più del doppio», ha osservato Giuseppe D’Aprile, segretario della Uil Scuola, analizzando i dati. A fine percorso professionale, un insegnante della primaria a Madrid riceve circa il 45% in più di uno italiano.


Meno risorse e più reclutamento tardivo

Tra il 2015 e il 2023 la spesa pubblica italiana per l’istruzione, dalla primaria alla formazione post-secondaria non universitaria, è scesa dal 2,8% al 2,7% del Pil. Nello stesso arco temporale, la media dei Paesi Ocse è passata dal 3,2% al 3,1%.

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Un ulteriore elemento riguarda l’ingresso nella scuola di persone provenienti da altri settori lavorativi. Secondo l’indagine Talis del 2024, nei Paesi Ocse l’8,4% dei docenti della secondaria di primo grado ha alle spalle un’esperienza professionale diversa dall’insegnamento; in Italia la percentuale raggiunge il 14,9%. Il rapporto considera questo canale una risposta alla carenza di personale e un fattore di maggiore varietà nel corpo docente.

Anche la scuola dell’infanzia registra cambiamenti rilevanti. Il numero dei bambini iscritti è diminuito del 24%, mentre quello degli insegnanti è calato del 7%; ne è derivata una riduzione del 18% nel rapporto tra bambini e docenti.


I divari territoriali restano ampi

La quota di adulti con un titolo di studio terziario varia sensibilmente lungo la penisola: si passa dal 17% della Sicilia al 29% del Lazio. L’Italia mostra inoltre le differenze regionali più marcate nei tassi di occupazione.

Per D’Aprile, la questione degli stipendi rimanda a una scelta più ampia sulle risorse destinate alla scuola e a chi vi lavora. La campagna sostiene quindi la necessità di una strategia pluriennale, capace di incidere sulle retribuzioni e sulle condizioni che determinano l’ingresso e la permanenza nella professione.

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