Starlink, l’interruttore della guerra è ancora nelle mani altrui
Il blocco dei collegamenti sui droni intercettori riapre il caso della dipendenza europea da satelliti, comunicazioni e intelligence controllati dagli Stati Uniti.
La guerra in Ucraina ha reso evidente una fragilità che riguarda l’intero continente: l’Europa può aumentare gli stanziamenti militari, ma resta vulnerabile se le tecnologie indispensabili alla difesa dipendono da soggetti esterni. La sovranità, in questo caso, passa anche dalla possibilità di mantenere attivi i collegamenti satellitari senza che qualcun altro possa ridurne la capacità a distanza.
Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha riconosciuto questa dipendenza dalle risorse spaziali statunitensi e ha chiesto di sviluppare strumenti autonomi. Tuttavia, non esiste una sostituzione immediata: OneWeb non può rimpiazzare da subito Starlink sui droni e la costellazione europea IRIS² non è ancora pronta a operare. L’autonomia, dunque, resta un obiettivo da costruire e non una soluzione già disponibile.
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La scelta americana riapre il caso Musk
Elon Musk ha sostenuto che la responsabilità delle limitazioni non ricadrebbe direttamente su SpaceX. Su X ha distinto il servizio commerciale Starlink da Starshield, la versione destinata all’impiego militare: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite sulla velocità o sull’uso è deciso dal militare statunitense e in ultima analisi dal POTUS». Il riferimento finale è a Donald Trump.
Questa spiegazione si inserisce in un quadro politico già delicato. Secondo una notizia del Washington Post, la Casa Bianca avrebbe minacciato di interrompere la condivisione di informazioni riservate con Kyjiv qualora l’Ucraina proseguisse gli attacchi contro gli impianti energetici russi. Nel marzo 2025, durante un precedente confronto con il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, Musk aveva però assicurato: «Starlink non disattiverà mai i propri terminali». La distinzione odierna tra uso commerciale e militare rende quella promessa un precedente difficile da ignorare.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito grave la sospensione delle prestazioni, avvertendo che potrebbe provocare vittime e chiedendo il ripristino del servizio. In un’intervista a Piers Morgan aveva lasciato aperta anche la possibilità di un guasto tecnico, mantenendo una cautela diplomatica che non ha cancellato la portata della crisi.
Droni ciechi nel momento peggiore
Le forze ucraine hanno denunciato che, nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, SpaceX avrebbe modificato senza avviso il funzionamento militare di Starlink. Serhiy «Flash» Beskrestnov, consigliere della presidenza ucraina ed esperto di tecnologie per la difesa, ha riferito di un limite applicato ai terminali StarShield installati su mezzi in movimento: superata la velocità di 160 chilometri orari, il collegamento si interromperebbe.
Il 7° Corpo delle forze d’assalto aereo ha segnalato interruzioni della durata di 10-20 secondi già tra 110 e 120 chilometri orari, abbastanza per costringere a cancellare alcune missioni. Successivamente, altre comunicazioni hanno indicato disconnessioni persino tra 60 e 70 chilometri orari. Durante un’operazione militare, perdere il controllo per pochi secondi può trasformare un semplice problema tecnico in un vantaggio decisivo per l’avversario.
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La conseguenza più delicata riguarda i droni incaricati di intercettare gli Shahed a propulsione a getto. Si tratta di uno dei pochi mezzi considerati efficaci contro quegli attacchi, proprio mentre la Russia intensifica i raid notturni contro le infrastrutture energetiche ucraine. Il ministero della Difesa ha chiesto chiarimenti a Washington, SpaceX e Nato, quindi ha predisposto collegamenti satellitari alternativi; queste soluzioni, però, non garantiscono le stesse prestazioni.
La premio Nobel per la pace 2022 Oleksandra Matviichuk ha richiamato il rischio per la popolazione civile: «Starlink viene utilizzato anche dagli intercettori che proteggono le città ucraine dagli Shahed russi a reazione. Senza quella protezione, i droni russi colpiranno edifici residenziali, ospedali e scuole come se fossero bersagli in un poligono di tiro». Ha poi aggiunto: «Il sangue dei bambini ucraini ricadrà sulle mani del proprietario e dell’intero team di questa azienda americana».
Non è una ritorsione sulle raffinerie
La vicenda non riguarda i droni impiegati da Kyjiv contro obiettivi situati in Russia, né costituisce una risposta agli attacchi sulle raffinerie russe che Zelensky aveva già sospeso. Quelle operazioni utilizzano altri sistemi, anche perché Starlink non è attivo sul territorio russo. Le limitazioni contestate interessano invece le missioni condotte in Ucraina e nelle aree occupate, comprese quelle destinate alla protezione delle città.
Sikorski ha rivolto pubblicamente un messaggio a Musk, accusandolo di intervenire ancora una volta nella politica attraverso i propri prodotti: «Come tuoi clienti europei, ti teniamo d’occhio». La Polonia sostiene economicamente il servizio fornito all’Ucraina, e il ministro ha ricordato implicitamente che il rapporto non nasce da un atto di beneficenza, ma da un contratto.
Il punto più ampio riguarda il controllo delle infrastrutture essenziali. Un fornitore privato può ridurre le prestazioni di una tecnologia decisiva senza consultare il Paese che la utilizza, lasciando alle autorità soltanto la possibilità di cercare alternative d’emergenza. Per l’Europa, la lezione va oltre il singolo episodio: comunicazioni, satelliti e informazioni strategiche devono diventare parte delle capacità che il continente è in grado di governare direttamente.
Acquistare munizioni, finanziare nuovi sistemi d’arma e promettere sostegno all’Ucraina per tutto il tempo necessario non basta se gli strumenti che guidano e proteggono quelle armi restano sotto il controllo di altri. Il nodo non è soltanto quanto spendere per la difesa, ma stabilire chi possa decidere quando mantenerla operativa.
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