Stabilicum, la vera falla è l’accesso alle urne
Il premio di maggioranza non consegna da solo il controllo delle istituzioni, ma le nuove liste dovranno affrontare un ostacolo molto più concreto.
Per una formazione politica appena nata, presentarsi alle elezioni potrebbe diventare molto più difficile: alla Camera le firme necessarie in ciascun collegio passano da 1.500 a 6.000, mentre i partiti già rappresentati beneficiano di regole più favorevoli. È questo, più ancora della dimensione del premio di maggioranza, il punto che rischia di comprimere la competizione.
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L’ostacolo che blocca i nuovi partiti
La Rete per un voto libero e uguale ha annunciato ricorsi su sei aspetti dello Stabilicum: l’assegnazione del premio, il coordinamento tra le elezioni delle due Camere, la possibilità di scegliere davvero i candidati, l’equilibrio tra uomini e donne, l’obbligo di indicare il candidato premier e il numero di sottoscrizioni richieste per depositare le liste.
Le questioni non hanno tutte lo stesso peso e, al momento, non sono state sottoposte alla Corte costituzionale. Toccherà prima ai tribunali investiti dei ricorsi decidere se esistano i presupposti per rivolgersi alla Consulta. Sollevare una serie di dubbi, dunque, non equivale ancora a ottenere una pronuncia di illegittimità.
Tra le contestazioni, quella sulle firme appare particolarmente difficile da giustificare. Chi è già presente in Parlamento dispone di agevolazioni che non vengono riconosciute alle liste esordienti: per queste ultime, il requisito alla Camera aumenta di quattro volte, da 1.500 a 6.000 firme per collegio. Una norma simile rende più arduo l’ingresso dei concorrenti e incide direttamente sulla possibilità di partecipare alla gara elettorale.
Il premio non basta a dominare i contrappesi
La discussione pubblica si è concentrata sul timore che una coalizione vincitrice con una quota limitata di voti possa conquistare una maggioranza parlamentare sproporzionata. Andrea Pugiotto ha segnalato proprio il rischio che quel risultato permetta di occupare senza ostacoli gli spazi riservati agli organi di garanzia. La preoccupazione merita di essere esaminata, ma i numeri rendono lo scenario più circoscritto di quanto si sostenga.
Anche ipotizzando l’assegnazione del tetto massimo di 220 deputati previsto dal premio e una vittoria in tutti i collegi esteri, la coalizione arriverebbe a 228 seggi alla Camera. Le forze che oggi sostengono il governo, insieme ad alcuni parlamentari del gruppo misto, dispongono già di 237 deputati. Un quadro analogo si registra al Senato. Da solo, il premio non sarebbe quindi sufficiente per eleggere i giudici costituzionali o per controllare gli altri organismi di garanzia, compresa la scelta del Presidente della Repubblica.
Questo non rende lo Stabilicum una buona legge. Il premio altera la rappresentanza e può essere criticato per questo, senza però trasformarlo automaticamente nella prova di una demolizione costituzionale. Il vero nodo democratico, in prospettiva, riguarda chi viene escluso dalla competizione prima ancora che gli elettori possano scegliere.
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La scommessa politica resta aperta
La maggioranza ha spinto per sostituire il Rosatellum soprattutto perché la sua cancellazione avrebbe favorito un’opposizione capace di presentarsi unita nei collegi uninominali. Su questo obiettivo il governo è intervenuto con decisione, mentre sulle altre conseguenze del nuovo sistema ha mantenuto una linea più prudente.
La ragione può essere politica: nessuno ha la certezza di vincere. La contesa resta aperta e un centrosinistra abbastanza ampio potrebbe prevalere. È difficile pensare che Giorgia Meloni voglia consegnare agli avversari un potere illimitato sulle istituzioni di garanzia; anche chi costruisce le regole guardando al proprio vantaggio deve mettere in conto la sconfitta.
Giovanni Donzelli, intervenendo alla Camera durante il voto, ha presentato lo Stabilicum come l’avvio della Terza Repubblica. L’affermazione appare sproporzionata rispetto agli effetti di una diversa legge elettorale: il cambio di sistema per distribuire i seggi non modifica automaticamente il numero della Repubblica.
Il premierato avrebbe cambiato scenario
Diverso sarebbe stato il giudizio sul premierato. L’elezione diretta del capo del governo avrebbe ridisegnato i rapporti tra esecutivo, Parlamento e Presidente della Repubblica, intervenendo sull’assetto complessivo dell’ordinamento.
In quel caso, secondo l’analisi proposta, la trasformazione avrebbe potuto spingere verso una concezione in cui il capo prevale sui contrappesi istituzionali. Lo Stabilicum, invece, resta una legge elettorale fortemente criticabile, ma non una catastrofe costituzionale già realizzata.
Per difendere la democrazia, dunque, il primo intervento dovrebbe riguardare la rimozione degli ostacoli che impediscono a nuove forze di presentarsi agli elettori. Il problema principale non è soltanto quanto possa vincere una coalizione: è se altri riusciranno ancora a partecipare.
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