Eurallumina, il tempo è scaduto: protesta a Portovesme e rischio insolvenza
La fabbrica controllata da Rusal è senza i fondi necessari alla continuità operativa: i lavoratori annunciano un presidio in vista del confronto con il Governo.
Il futuro di Eurallumina torna al centro della protesta a Portovesme. Dopo l’ennesimo rinvio del confronto istituzionale, lavoratori e sindacati hanno deciso di riavviare la mobilitazione: lo stabilimento rischia l’insolvenza e, senza nuove risorse, anche la continuità delle attività ambientali potrebbe essere compromessa.
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Il presidio partirà il 22 ottobre
La prima iniziativa è stata fissata per il 22 ottobre, quando i dipendenti si ritroveranno davanti ai cancelli della fabbrica. L’impianto è fermo dal marzo 2009, dopo lo stop legato agli elevati costi dell’energia, ma continua a svolgere un ruolo essenziale nella gestione del sito e della falda.
Il giorno successivo è previsto un incontro al ministero. Per le organizzazioni sindacali, però, il nuovo appuntamento dovrà produrre decisioni concrete: la riunione precedente si è conclusa con un ulteriore rinvio e la disponibilità dei lavoratori a pazientare è ormai esaurita.
Fondi congelati e debiti in aumento
Eurallumina rappresenta il primo passaggio della filiera dell’alluminio: prima della fermata trasformava la bauxite in allumina, materiale dal quale si ottiene l’alluminio primario. La società è controllata dalla russa Rusal, che ha interrotto i versamenti alla controllata dopo il congelamento delle risorse collegato alle sanzioni contro la Russia.
Si tratta di circa 2,4 milioni di euro al mese. Anche il progetto di rilancio, dal valore superiore a 350 milioni di euro, è rimasto bloccato mentre proseguivano controversie e ricorsi davanti al Tar. Secondo i sindacati, l’assenza degli stanziamenti pubblici sta facendo crescere l’esposizione debitoria e ha spinto l’azienda ad avviare la procedura prevista come primo passo nei casi di crisi.
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La bonifica è il nodo più delicato
La possibile interruzione della gestione ambientale preoccupa in modo particolare. Le organizzazioni dei lavoratori sostengono che fermare il presidio della falda significherebbe aumentare il pericolo per il territorio e trasferire sullo Stato costi molto più elevati rispetto a quelli necessari oggi per mantenere operative le attività.
La stima indicata dall’azienda per eventuali interventi futuri di messa in sicurezza e bonifica arriva a circa 300 milioni di euro, a fronte di pochi milioni indispensabili nell’immediato. «Rinviare ancora non significa risparmiare: significa moltiplicare il conto», hanno scritto i sindacati, indicando in lavoratori, comunità locale e collettività i soggetti destinati a sostenere le conseguenze.
Il Governo chiamato a decidere
Nel mirino delle rappresentanze sindacali ci sono soprattutto il Governo e il Mef. Al tavolo del 23 ottobre viene chiesta la garanzia delle somme necessarie per proseguire la gestione dello stabilimento e per evitare che la crisi si trasformi in un’emergenza occupazionale e ambientale.
«Ai lavoratori e al territorio non servono più annunci, servono atti», è il richiamo contenuto nella presa di posizione sindacale. Le organizzazioni aggiungono che la tutela dell’impianto non può essere considerata una concessione, ma un obbligo per chi ha disposto e mantiene il congelamento delle risorse.
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