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Attualità 3 min di lettura1 ott

Sotto il Colosseo, il peso di tre nomi

Stefano attende l’alba nell’ipogeo con un ordigno incompleto e ripercorre le storie di uomini segnati dalla guerra, dall’espulsione e dalla sparizione.

Giuliano Delnevo aveva un nome che sembrava appartenere a una provincia italiana, a un campo sportivo o a un negozio di quartiere. Nato a Genova, figlio di un geometra e di una dipendente comunale, aveva frequentato il liceo scientifico e seguito per qualche semestre scienze politiche. Italiano, bianco, senza rapporti familiari con il mondo islamico, nel 2013 aveva raggiunto la Siria a ventiquattro anni passando da Genova a Istanbul e poi attraverso il confine.

La sua storia si era conclusa nello stesso anno, pochi mesi dopo l’arrivo, durante uno scontro a fuoco. Stefano continua a tornare con la mente a quel nome e a ciò che, secondo lui, nascondeva: la distanza tra l’identità ordinaria di un ragazzo e la scelta di scomparire dentro una guerra lontana.


Tre storie dentro la sua

Prima di Delnevo, il pensiero di Stefano si ferma su Farouk Kassim. Torinese, figlio di un operaio tunisino e di una donna originaria di Alessandria d’Egitto, era cresciuto nella Barriera di Milano, quartiere spesso liquidato dai giornali con l’etichetta di “difficile”. Nel 2014 aveva raggiunto la Siria; rientrato due anni più tardi, era stato arrestato nel 2017 con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo.

Aveva trent’anni, nessun precedente e quasi concluso gli studi di economia: gli restavano tre esami. Per un periodo era risultato irreperibile, poi era stato rintracciato. Stefano aveva letto la sua vicenda in un articolo breve trovato grazie a un collegamento inviato da Arif. Lo aveva riletto quattro volte, non certo per eroismo, ma perché vi riconosceva una parte di sé: Kassim era partito, era tornato, era stato fermato. Lui, invece, non sarebbe andato da nessuna parte.


L’espulsione come cancellazione

Un altro volto è quello di Mohammed Condé, ventisettenne di Brescia, nato da padre senegalese e madre italiana. Lavorava part-time nelle ferrovie e si era convertito a diciannove anni in una moschea di periferia, ormai chiusa. Non aveva combattuto in Siria, non aveva mai sparato e non risultava avere precedenti.

Nel 2016 era stato comunque espulso con un provvedimento ministeriale firmato in quarantotto ore. Era stato imbarcato su un aereo diretto in Senegal, Paese in cui non aveva mai vissuto. La motivazione ufficiale parlava di «motivi di sicurezza nazionale»: una formula che, nella memoria di Stefano, non richiedeva né processo né condanna.

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Arif gli aveva raccontato quella vicenda durante un incontro romano, in un appartamento anonimo dove avevano preparato il caffè sul fornello. «In Italia funziona così», gli aveva detto. «Non aspettano che tu faccia qualcosa. Ti guardano, ti studiano, e quando decidono che sei uno scomodo ti fanno sparire. Nessun giudice, nessuna sentenza. Una firma».


L’ora immobile nell’ipogeo

Stefano non aveva mai vissuto l’indignazione politica come una vera appartenenza. Gli sembrava un sentimento accessibile soprattutto a chi possedeva tempo, istruzione e un luogo sicuro in cui rientrare. A colpirlo, piuttosto, era l’idea che una persona potesse essere rimossa con rapidità da un sistema, attraverso una formula e una sola firma.

Quella dinamica gli ricordava la propria condizione. Per scelta aveva smesso di rispondere alle raccomandate, cambiato numero di telefono tre volte e abitato in luoghi assenti dai registri. Si era reso irrintracciabile, convinto che essere trovato non gli avrebbe portato alcun vantaggio. Ora comprende la differenza tra sparire volontariamente ed essere dichiarato introvabile da altri: Condé era stato espulso, lui si sente cancellato.

Nell’ipogeo del Colosseo, alle tre della notte tra il 10 e l’11, resta seduto con la schiena contro i mattoni romani. Non sa più se abbia freddo: il corpo, dopo tante ore, sembra aver smesso di segnalargli qualsiasi necessità. La cintura gli pesa sulle ginocchia e non è ancora pronta; mancano gli ultimi collegamenti al detonatore, un lavoro che richiederebbe circa venti minuti.

Ha scelto di rimandare. Una volta terminato, infatti, non gli resterebbe che aspettare l’alba, le nove del mattino e l’arrivo dei visitatori inconsapevoli sopra di lui. Per qualche ora preferisce ancora il buio, il silenzio e le mani ferme sulle gambe, mentre i nomi di Kassim, Condé e Delnevo continuano a passargli nella mente.

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