Quando il basket diventa destino: il libro che guarda oltre il canestro
Hanif Abdurraqib intreccia memoria, razzismo, riscatto e grandi campioni in un viaggio in cui la pallacanestro diventa una lente per leggere la vita.
Ci sono libri sul basket che raccontano partite e altri che usano il parquet per parlare di ciò che accade fuori dal campo. «Elevazione. Del basket e della vita» appartiene alla seconda categoria: Hanif Abdurraqib osserva lo sport come una forza capace di orientare il destino, ma anche come un terreno attraversato da povertà, discriminazioni e ferite personali. Il risultato è una lettura che spinge lo sguardo molto più in alto del semplice gesto atletico.
A ricordare quanto sia instabile quella traiettoria è una delle immagini più efficaci del volume: «Il persempre è una mano di carte smazzata da un croupier incerto». Nella pallacanestro, sostiene il poeta statunitense, ogni scelta può spalancare una strada oppure chiuderla, proprio come nella vita.
Il campo come seconda possibilità
L’arrivo del libro in Italia coincide con il ritorno della stagione Nba e con una riscoperta personale del gioco. Dopo circa un anno trascorso ad allenarsi con un gruppo di giocatori ultraquarantenni, il rumore delle scarpe sul parquet riporta alla memoria un’età lontana, quando muscoli ancora in crescita e ambizioni sembravano procedere insieme.
Oggi il corpo è meno affidabile e richiede più attenzione, ma il ritrovarsi in palestra conserva una forza particolare. È da questa sensazione di sospensione, diversa dal semplice salto verso il canestro, che prende forma il significato dell’“elevazione” evocata dal titolo.
Un libro nato tra memoria e realtà
Abdurraqib, poeta afroamericano originario di Columbus, Ohio, arriva nelle librerie italiane con la traduzione pubblicata da Neri Pozza nel settembre di quest’anno, a oltre due anni dall’uscita statunitense. Il suo punto di vista è insieme personale e collettivo: il basket, per molti afroamericani, non è soltanto competizione, ma appartenenza, linguaggio e possibilità di affermazione.
Nei suoi capitoli il campetto di periferia assume un valore quasi religioso. Il cemento rovinato, il canestro senza rete e il pallone consumato diventano simboli di una comunità che continua a giocare anche quando le risorse sono scarse. Il valore non dipende dalla qualità dell’attrezzatura, bensì dalla capacità di chi la usa di trasformare un limite in una forma di dignità.
Le difficoltà hanno un nome
Dietro quelle partite si intravedono esperienze concrete: razzismo, miseria, criminalità, famiglie incapaci di proteggere i propri figli e amici costretti a entrare e uscire dal carcere. L’immagine del movimento “a fari spenti” richiama anche la necessità di attraversare le strade senza attirare l’attenzione della polizia, in un ambiente dove la legge può assumere il volto di una condanna definitiva.
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Lo scrittore non separa mai il gesto sportivo dal contesto che lo produce. Le imprese dei campioni acquistano così un significato più ampio: non sono soltanto vittorie, ma anche il riflesso di percorsi iniziati in luoghi nei quali sopravvivere era già un risultato difficile.
Dai Fab Five a LeBron James
Tra le vicende rievocate c’è quella dei Fab Five, il quintetto dell’Università del Michigan che nei primi anni Novanta conquistò l’immaginario collettivo. Chris Webber, Jalen Rose, Juwan Howard, Jimmi King e Ray Jackson furono i primi titolari matricole a disputare insieme la finale del campionato NCAA, alimentando una leggenda ancora viva nei campetti statunitensi.
Un altro capitolo riguarda LeBron James, anche lui originario dell’Ohio. Abdurraqib segue soprattutto gli anni alla St. Vincent-St. Mary High School e racconta, da osservatore vicino ai luoghi e alle difficoltà di quella realtà, la formazione di un ragazzo cresciuto senza il padre e deciso a usare il basket come via di emancipazione.
Jordan e il volo impossibile
L’idea di elevarsi trova il suo simbolo più immediato in Michael Jordan e nella schiacciata dalla linea dei tiri liberi del 1985. Abdurraqib rilegge quell’immagine attraverso il corpo dell’atleta, le catene d’oro e l’impressione che il campione non stia semplicemente saltando, ma sfidando la gravità e la distanza sociale che lo separa dagli altri.
«Mike non è mai stato così cool come quella volta che si è arrampicato in cielo con due catene d’oro al collo», scrive l’autore, sottolineando il carattere quasi miracoloso di quel volo. La scena diventa così una metafora: per guardare il mondo dall’alto bisogna prima riuscire a conquistare qualcosa a cui aggrapparsi.
«Elevazione. Del basket e della vita» fonde cronaca sportiva, autobiografia e riflessione sociale. Nel libro il pallone può rappresentare una salvezza, ma anche un inganno: il futuro resta sfuggente e ogni decisione lascia conseguenze che non sempre si possono correggere.
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