Sostenibilità, la cooperativa Atipiche conquista il Premio Prepararsi al Futuro
La realtà di Collalto Sabino è stata scelta tra le iniziative capaci di unire filiera corta, innovazione sociale e rigenerazione dei territori.
La cooperativa Atipiche, nata a Collalto Sabino in provincia di Rieti, ha ricevuto il Premio Nazionale Prepararsi al Futuro 2026. Il riconoscimento è rivolto ad aspiranti imprenditori e startup costituite da meno di 36 mesi che hanno fatto dello sviluppo sostenibile il centro della propria attività.
La realtà premiata ha trasformato la fermentazione in uno strumento di cultura e partecipazione. Il progetto combina produzioni locali, filiera corta, laboratori, formazione alimentare, servizi di catering ed esperienze legate al territorio, con l’obiettivo di rafforzare l’economia rurale e mantenere vivi i luoghi.
Atipiche punta sulla rigenerazione rurale
Il modello della cooperativa mette insieme attività agroalimentari e coinvolgimento della comunità. Il sapere contadino viene così inserito in un sistema più ampio, capace di generare lavoro, valorizzare le produzioni locali e creare occasioni di educazione e incontro.
Durante la presentazione del premio, Silvia Rossi, direttrice di Fondosviluppo, ha spiegato che il legame con il territorio può diventare un vantaggio competitivo, ma deve essere accompagnato da innovazione, competenze manageriali, investimenti, strumenti digitali e sostenibilità economica. La capacità di coinvolgere le nuove generazioni è stata indicata come una delle principali sfide per il futuro delle imprese cooperative.
Franco Ferrarini, vicepresidente della Fondazione del Credito Cooperativo Tertio Millennio ETS, ha ricordato il sostegno offerto dal Credito Cooperativo a cooperative e startup. Secondo i dati dell’Istituto Tagliacarne citati durante l’incontro, i clienti del settore crescono il 12% in più rispetto agli altri e sviluppano una maggiore propensione a fare rete. La Fondazione accompagna inoltre da anni le cooperative giovanili e, da cinque anni, anche le startup attraverso percorsi di formazione imprenditoriale.
Energia, il nodo resta culturale
Nel corso dell’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze, una ricerca ha analizzato 351 Comunità Energetiche Rinnovabili, comprese quelle solidali e a impatto sociale. Dallo studio emerge che queste esperienze si consolidano soprattutto nei territori con reti associative e istituzionali strutturate e che i modelli più efficaci coinvolgono più soggetti nei processi decisionali.
Le comunità energetiche possono favorire il risparmio, contrastare la povertà, attirare investimenti locali e rafforzare i legami sociali. Rimangono però poco conosciute: l’indice NESC sulla conoscenza si ferma a 0,32 su 1. Tra le proposte emerse c’è il riconoscimento delle CER come soggetti economici, con maggiore accesso alle risorse e obblighi più chiari di trasparenza e responsabilità.
Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e divulgatore, ha sostenuto che la maggior parte delle tecnologie necessarie alla transizione è già disponibile. «Il problema è principalmente culturale: vogliamo fare la transizione elettrica, ma ci mancano banalmente gli elettricisti», ha affermato, richiamando anche le 300 GW di richieste di allacciamento alla rete di Terna per impianti rinnovabili, a fronte di una potenza di picco compresa tra 45 e 50 GW.
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Mario Mantovani, ambientalista e presidente della Fundação Florestal do Estado de São Paulo, ha portato l’esempio dell’Amazzonia, dove circa 20 milioni di persone vivono in condizioni molto diverse tra città e aree forestali. Il suo intervento ha riguardato l’accesso all’energia, alla connessione internet e agli strumenti necessari per sostenere le comunità locali, anche nella valorizzazione dei prodotti della foresta e nell’ottenimento delle certificazioni.
Abitare e inclusione al centro
Un altro confronto ha affrontato il tema delle persone che rischiano di rimanere escluse dai cambiamenti sociali ed economici. Alessandro Maggioni, Anna Meli, Lorenzo Terzani e Alessandro Santoni hanno discusso di politiche abitative, fragilità economiche e divari territoriali.
Terzani ha spiegato che il Consorzio Fabrica si occupa da tempo di abitare per le fasce più deboli, nonostante inizialmente l’impegno delle cooperative sociali venisse associato soprattutto ai servizi per bambini e anziani. Anna Meli ha sottolineato che la crisi abitativa colpisce in modo particolare precari, giovani, studenti e persone con redditi bassi o medio-bassi, aggravandosi quando alla difficoltà economica si aggiungono discriminazioni legate all’origine o al permesso di soggiorno.
Santoni ha invece richiamato la condizione dei piccoli comuni, che rappresentano circa il 70% dei comuni italiani. La distanza geografica, secondo il coordinatore nazionale della Consulta dei Piccoli Comuni dell’ANCI e sindaco di San Benedetto Val di Sambro, non coincide sempre con l’esclusione: a restare indietro sono soprattutto le persone e le comunità con minori possibilità di scelta.
Economia civile e cultura
Stefano Zamagni, professore emerito di Economia Politica all’Università di Bologna ed ex presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali per il periodo 2019-2023, ha definito l’economia civile come una chiave di lettura della realtà. Nel suo intervento l’ha collegata alla tradizione francescana e ha spiegato che sotto questo approccio possono trovare spazio modelli diversi, tra cui l’economia sociale.
Gabriele Sepio, avvocato tributarista e segretario generale della Fondazione Terzjus, ha ricondotto gli attuali modelli dell’economia sociale alla storia dell’economia civile. Il riferimento è a organizzazioni senza scopo di lucro che rispondono ai bisogni collettivi attraverso forme di gestione democratica e partecipata, in un quadro che oggi trova applicazione anche nel Piano nazionale per l’economia sociale.
Matteo Spanò, presidente della Fondazione MUS.E Firenze, ha infine richiamato il rapporto tra cultura ed economia civile. Il festival ha dedicato spazio a questo intreccio, considerandolo parte integrante del confronto sui modelli economici orientati alla partecipazione e alla sostenibilità.
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