Sicurezza, il rischio più grande è arrendersi al «non si può fare
Dopo quarant’anni nelle istituzioni, resta aperta una domanda: il Paese sta davvero utilizzando ogni strumento per affrontare il problema della sicurezza?
La storia delle istituzioni non è stata costruita da chi si è fermato davanti ai limiti, ma da chi ha provato a superarli. È questa convinzione a spingermi ancora a intervenire sul tema della sicurezza, anche quando sarebbe più semplice scegliere il silenzio e considerare inevitabili problemi che si trascinano da anni.
Dopo quarant’anni di servizio avrei potuto evitare discussioni e confronti, pensando che nessuna proposta fosse davvero in grado di cambiare lo stato delle cose. Sarebbe però una conclusione incompatibile con ciò che ho imparato: riconoscere gli ostacoli è necessario, trasformarli in una giustificazione per non agire significa invece arrendersi.
La resa non è realismo
Di recente ho incontrato due persone con cui ho condiviso una parte significativa del mio percorso professionale. Sono servitori dello Stato competenti e leali, profondamente legati alle istituzioni. Nel parlare della società, della politica e dei problemi della sicurezza, ho colto nelle loro parole una disillusione ormai vicina alla rassegnazione.
Il loro ragionamento, in sintesi, era questo: le critiche possono essere condivisibili, ma governare l’Italia è un compito molto più difficile di quanto appaia dall’esterno. La serietà di chi mi ha rivolto questa obiezione mi ha portato a chiedermi quanto il sistema, nel corso del tempo, abbia finito per indebolire la fiducia nella possibilità di migliorare davvero le cose.
Una sicurezza senza regia
Non ignoro la complessità delle decisioni pubbliche. Norme vincolanti, fondi insufficienti, apparati burocratici, rapporti di forza politici e ostacoli interni possono rallentare qualsiasi intervento. A questo si aggiunge una responsabilità collettiva: chiediamo ordine e rispetto, ma non sempre accettiamo che la libertà individuale trovi il proprio limite nei diritti degli altri.
La mia esperienza mi ha insegnato a distinguere il realismo dal fatalismo. Il primo prende atto delle difficoltà per affrontarle; il secondo le usa per concludere che ogni alternativa sia impraticabile. Per la sicurezza servirebbe un disegno composto da più elementi: prevenzione, controllo del territorio, selezione meritocratica dei dirigenti, pene effettive, procedimenti più veloci e risorse per la giustizia, la scuola, la formazione, le periferie e l’organizzazione degli apparati.
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La politica non scarichi le colpe
Da mesi, tuttavia, non scorgo un indirizzo politico unitario, credibile e destinato a durare. Al suo posto sembrano prevalere provvedimenti isolati e dati statistici impiegati, di volta in volta, per sostenere la lettura più conveniente. Un simile metodo rende difficile misurare la reale efficacia delle scelte adottate.
In questo quadro si collocano le recenti dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani. Pur avendo riconosciuto le criticità del sistema penitenziario, ha invocato maggiore severità da parte della magistratura, arrivando a dire: «Colpirne uno per educarne cento».
Governare significa scegliere
Quella frase evidenzia una contraddizione: la politica non può pretendere maggiore rigore dagli altri poteri dello Stato e, nello stesso momento, trattare come un problema altrui le carenze che dovrebbe contribuire a risolvere. Sicurezza, sanità, scuola e giustizia sono ambiti collegati, nei quali le decisioni producono effetti reciproci.
Amministrare significa assumersi anche il peso di questa complessità. Se il confronto pubblico accetta che non sia possibile fare altro, la critica perde valore, le proposte vengono liquidate come astratte e le riforme vengono considerate irrealizzabili prima ancora di essere discusse.
Non servono risposte perfette per ogni problema, ma la volontà di continuare a cercarle. La domanda decisiva resta una: stiamo facendo tutto ciò che è concretamente possibile? Smettere di porsela equivarrebbe a trasformare i limiti del sistema in una resa permanente.
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