Sicurezza europea, la soglia invisibile: così Mosca mette alla prova l’Ue
Beniamino Irdi analizza l’escalation russa, i limiti delle democrazie occidentali e le possibili contromisure comuni dell’Europa
Un futuro Consiglio di sicurezza europeo avrebbe senso soltanto se fosse in grado di assumere decisioni vincolanti e produrre effetti concreti. Beniamino Irdi, esperto di competizione tra grandi potenze e minacce ibride, considera questo il punto decisivo della proposta rilanciata da Ursula von der Leyen: senza poteri reali, rischierebbe di trasformarsi nell’ennesimo tavolo di confronto.
Un’Europa ancora divisa sulla sicurezza
L’idea si scontra con uno dei nodi più delicati dell’integrazione europea. Quando entrano in gioco la difesa e la sicurezza nazionale, infatti, i governi sono particolarmente restii a trasferire competenze a un livello sovranazionale. Per Irdi, proprio questa resistenza rende difficile costruire una risposta coordinata alle pressioni esterne.
L’esperto, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e amministratore delegato di HighGround, sottolinea anche la necessità di ripensare alcuni equilibri delle democrazie liberali. Una fase di emergenza può richiedere un bilanciamento diverso tra trasparenza, tutela delle libertà e capacità dello Stato di proteggere le proprie istituzioni. Ciò non significa rinunciare allo Stato di diritto, ma riconoscere che segreto, intelligence e strutture riservate non possono operare con la stessa esposizione pubblica di un ministero.
Le vulnerabilità diventano un bersaglio
Le democrazie occidentali, osserva Irdi, sono esposte proprio perché devono rispettare procedure, rispondere agli elettori e misurarsi con il consenso dell’opinione pubblica. Questi principi rappresentano una forza, ma possono rallentare decisioni su energia, sanzioni e impiego delle risorse congelate. Gli avversari possono sfruttare tali vincoli per ridurre la capacità di reazione dei governi.
Anche il dibattito sugli asset russi bloccati presenta conseguenze complesse. Un’eventuale confisca solleverebbe questioni giuridiche e potrebbe alimentare dubbi sulla sicurezza delle riserve detenute da altri Paesi. Irdi ritiene tuttavia che non si tratti necessariamente di un automatismo: la Russia ha invaso uno Stato sovrano e conduce da quattro anni e mezzo una guerra che comprende anche strumenti non convenzionali.
Droni, sabotaggi e paura pubblica
Negli ultimi mesi la pressione di Mosca sull’Europa avrebbe assunto caratteristiche più frequenti, visibili e fisiche, con un impiego crescente di droni, esplosivi e azioni di sabotaggio. Secondo Irdi, il Cremlino potrebbe aver interpretato la risposta occidentale ai precedenti episodi informatici e alle campagne di disinformazione come insufficiente, arrivando così ad accettare rischi maggiori.
A cambiare sarebbe anche la ricerca della cosiddetta “plausible deniability”, cioè la possibilità di negare in modo credibile il proprio coinvolgimento. Alcuni degli episodi più recenti, per modalità e dimensione, sembrano difficilmente riconducibili a gruppi non statali. Il messaggio, nella lettura dell’analista, potrebbe essere quello di una Russia meno interessata a nascondere l’origine delle operazioni.
La soglia non è scritta nei trattati
Il termine “guerra ibrida” descrive una zona intermedia fatta di attacchi informatici, interferenze informative, sabotaggi, incendi e pressioni sulle infrastrutture strategiche. L’Unione europea utilizza ufficialmente l’espressione “attività ibride” per indicare questo insieme di azioni, mentre von der Leyen, nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, ha osservato che le minacce contro l’Europa sono «sempre meno ibride e sempre meno minacce».
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Per Irdi, però, il problema non si risolve cambiando etichetta. Una campagna di questo tipo funziona quando ogni singolo episodio resta al di sotto del livello che induce lo Stato colpito a reagire con forza. Quel limite non è tecnico né fissato da una norma: dipende da una scelta politica e può essere spostato gradualmente dall’avversario.
Dalla paura alla deterrenza comune
La dimensione psicologica è centrale. Una percezione continua del pericolo, anche quando un’azione non produce danni rilevanti, può generare ansia e senso di impotenza. Se la popolazione comincia a dubitare della capacità pubblica di proteggere il territorio, l’attacco ha già ottenuto una parte del risultato.
Il bersaglio finale, spiega l’analista, non coincide necessariamente con un edificio o un’infrastruttura. A essere messi sotto pressione sono la coesione democratica, l’affidabilità delle istituzioni e la credibilità della deterrenza. Per questo l’Europa dovrebbe definire una dottrina condivisa: ogni aggressione dovrebbe comportare conseguenze riconoscibili, prevedibili e abbastanza pesanti da superare il vantaggio atteso da chi l’ha organizzata.
Gli strumenti ancora disponibili
Tra le leve rimaste a disposizione figurano il settore energetico, gli averi russi congelati e il sostegno militare all’Ucraina. Ognuna di queste opzioni avrebbe un prezzo anche per i Paesi europei, ma Irdi considera l’energia uno degli strumenti più immediati e incisivi.
Sul fronte convenzionale rientrano inoltre armamenti, intelligence e assistenza a Kiev. Una delle lezioni degli ultimi anni, secondo l’esperto, riguarda il peso assunto dal timore di un’escalation: la paura di allargare il conflitto ha influenzato quantità e tempi degli aiuti occidentali.
Gli episodi che hanno acceso l’allarme
Nel mese di settembre la Germania ha attribuito alla Russia il tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle. In seguito, nel Baltico, una fregata russa avrebbe lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese; nello stesso periodo un drone dotato di esplosivo è stato abbattuto nei cieli della Lituania.
Questi fatti si inseriscono in un quadro più ampio di sabotaggi, cyberattacchi, manipolazione informativa e azioni dirette contro infrastrutture strategiche. L’Unione europea ha continuato ad adottare misure contro tali attività, mentre von der Leyen ha proposto anche un protocollo europeo d’emergenza destinato ad affiancare l’articolo 4 della Nato e un nuovo assetto comune per la sicurezza.
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