Garlasco, il nodo del Dna sulla bici: la nuova ricostruzione
Giorgio Portera prende le distanze dalle analisi sulla bicicletta di Alberto Stasi, mentre Marzio Capra chiarisce la sequenza dei test genetici sulla traccia di Chiara Poggi.
Giorgio Portera nega di aver svolto o interpretato gli esami genetici sulla bicicletta collegata al delitto di Garlasco. L’ex carabiniere del Ris di Parma precisa che il suo nome compare soltanto per un accesso registrato con la propria utenza nella fase conclusiva della lavorazione di una traccia.
Portera afferma: «Non ho eseguito personalmente l’analisi genetica del campione, né ho valutato o interpretato alcun profilo genetico relativo al caso Garlasco durante il periodo del mio servizio presso il Ris di Parma». Secondo la sua ricostruzione, il collegamento con quel reperto nasce esclusivamente dall’utilizzo della sua user personale per accedere allo strumento di laboratorio.
Portera: «Solo un’operazione tecnica»
L’ex militare sostiene che l’attività attribuibile al suo accesso riguardasse il caricamento finale del campione sul sequenziatore. Non sarebbe quindi intervenuto né nella preparazione del materiale né nella lettura dei risultati ottenuti.
Portera aggiunge di non poter stabilire se sia stato lui a compiere materialmente l’operazione oppure un collega entrato nel sistema attraverso le sue credenziali. Si sarebbe trattato, in ogni caso, dell’inserimento su uno strumento di un campione già trattato da altri, senza alcuna valutazione scientifica del profilo genetico.
La traccia sulla bicicletta torna al centro
A riaccendere il confronto sono stati i dati originari degli esami eseguiti nel 2007 sulla bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Il materiale, consegnato dal Ris di Parma alla Procura di Pavia lo scorso novembre, è ora esaminato nell’ambito della riapertura dell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007.
Marzio Capra, consulente della famiglia Poggi e presente nell’inchiesta sin dalle prime fasi, respinge l’idea che vi siano stati due risultati consecutivi e opposti sulla stessa analisi. «Non c’è stato nessun doppio esito negativo dopo il risultato certo sulla presenza di Dna di Chiara Poggi sulla bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi», sostiene il genetista.
Date dei file e test genetici
Il contrasto nasce dalla lettura delle date associate ai file di laboratorio. La difesa di Stasi ha contestato la ricostruzione sostenendo che, dopo un primo responso positivo del 19 settembre 2007, due verifiche del giorno seguente avessero escluso la presenza di materiale genetico utile.
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Capra offre però una spiegazione diversa. A suo avviso, quel risultato attribuito al 20 settembre corrisponderebbe in realtà a una nuova elaborazione di un campione già sottoposto a esame il 10 settembre. La data indicata nei documenti sarebbe quella della modifica del file, non quella dell’esecuzione effettiva della prova.
Il primo tentativo del 10 settembre non aveva prodotto un profilo utilizzabile e i tecnici avrebbero lavorato per rendere analizzabile il materiale prelevato dai pedali. Il 19 settembre, dopo l’amplificazione, un problema del sequenziatore avrebbe lasciato un risultato parziale, con sei marcatori riconducibili a Chiara Poggi.
Poche ore più tardi, la ripetizione dell’esame su un campione caricato in doppio avrebbe restituito due profili completi, entrambi femminili e compatibili con la vittima per 15 marcatori. Un ulteriore tentativo sul materiale iniziale avrebbe invece fornito un esito privo di profilo utile, ma la sua data di modifica sarebbe stata registrata come 20 settembre.
Cosa pesa nel procedimento
Capra considera decisiva la distinzione tra il giorno dell’analisi e quello dell’aggiornamento del file. Nella sua lettura, la relazione del Ris documenterebbe dunque un risultato inizialmente non sfruttabile, seguito però dall’identificazione del Dna di Chiara Poggi sulla bicicletta di Stasi.
La presenza della traccia, tuttavia, non viene indicata come elemento sufficiente a dimostrare la responsabilità dell’ex fidanzato. Stasi è stato assolto nei primi due gradi di giudizio e, per la Cassazione, il reperto ha avuto un peso limitato rispetto all’insieme degli indizi che nel 2015 ha portato alla condanna definitiva a 16 anni di carcere.
La Procura di Pavia ha ricevuto i dati grezzi mentre l’inchiesta sul delitto, riaperta di recente, è tornata a esaminare passaggi già discussi nel procedimento. La consulenza depositata dalla difesa e le ricostruzioni dei tecnici si concentrano ora soprattutto sulla corretta interpretazione delle date e sulla sequenza delle prove effettuate nel laboratorio di Parma.
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