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Attualità 2 min di lettura19 min fa

Shalabayeva, la condanna resta in bilico: nuovo appello per cinque agenti

La Cassazione riapre il procedimento sul sequestro della figlia e dichiara prescritto il reato contestato per Alma Shalabayeva.

«Mi auguro che il terzo appello renda finalmente giustizia in favore di un fedele ed integerrimo servitore dello Stato». Così Bruno Andò, legale di Maurizio Improta, ha accolto la decisione della Cassazione, che ha cancellato la condanna relativa alla minore e disposto un nuovo giudizio d’appello per cinque poliziotti coinvolti nella vicenda.

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Una vicenda diventata scandalo istituzionale

Il caso esplose nel 2013, quando Alma Shalabayeva e la figlia di sei anni furono allontanate dall’Italia e trasferite in Kazakistan. La donna è la moglie di Mukhtar Ablyazov, ex banchiere e oppositore del governo kazako, considerato da diversi osservatori un dissidente politico.

L’operazione suscitò forti reazioni perché il rimpatrio avvenne rapidamente, con un volo privato e senza le garanzie normalmente previste. Dopo l’intervento del Governo Letta, madre e figlia tornarono in Italia e ottennero lo status di rifugiate. La magistratura descrisse l’episodio come un «rapimento di Stato», aprendo un procedimento per sequestro di persona e falso ideologico.


La notte dell’irruzione a Roma

I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 maggio 2013. Circa 50 agenti entrarono nella villa di Casalpalocco, a Roma, per cercare Ablyazov, che però non si trovava nell’abitazione.

All’interno erano presenti la moglie e la bambina. Alma Shalabayeva mostrò un passaporto della Repubblica Centrafricana, documento ritenuto contraffatto dagli investigatori. Pochi giorni più tardi, entrambe furono espulse e accompagnate in Kazakistan.

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La Cassazione chiede un nuovo giudizio

La Suprema Corte ha stabilito che per i cinque imputati dovrà svolgersi un appello ter. Il procedimento riguarderà il sequestro della bambina, mentre per la contestazione relativa alla madre è maturata la prescrizione per tutti gli accusati.

Nel secondo processo d’appello, celebrato a Firenze, erano arrivate condanne a quattro anni di reclusione. Tra i condannati figurano Renato Cortese, già alla guida della Squadra Mobile di Roma, e Maurizio Improta, un tempo dirigente dell’ufficio Immigrazione.


Posizioni diverse tra gli imputati

Per Cortese, Luca Armeni e Francesco Stampacchia, il procuratore generale Alessandro Cimmino aveva chiesto di limitare il nuovo esame al solo episodio riguardante la minore. Secondo questa impostazione, non sarebbe stato dimostrato il dolo e non sarebbe configurabile la partecipazione congiunta al reato.

La richiesta per Improta e Vincenzo Tramma era invece circoscritta alla valutazione delle attenuanti generiche. Nei loro confronti, il procuratore generale ha ritenuto provata la volontà necessaria per il sequestro della bambina. Sarà ora il nuovo collegio d’appello a riesaminare i diversi profili indicati dalla Cassazione.

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