Shalabayeva, il caso può riaprirsi: cinque poliziotti davanti a un nuovo appello
La Procura generale della Cassazione distingue le responsabilità dei funzionari coinvolti nel rimpatrio del 2013 e chiede di rivedere alcuni punti del processo.
La vicenda di Alma Shalabayeva potrebbe tornare davanti ai giudici d’appello. Nel procedimento sul rimpatrio della donna kazaka e della figlia, la Procura generale della Cassazione ha chiesto un nuovo esame per cinque poliziotti, ma con valutazioni diverse a seconda del ruolo ricoperto nell’operazione.
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Responsabilità diverse tra i funzionari
Il procuratore generale Alessandro Cimmino ha sollecitato un nuovo giudizio per Renato Cortese, già dirigente della Squadra Mobile, e per i funzionari Luca Armeni e Francesco Stampacchia. Per loro, la richiesta riguarda soltanto il presunto sequestro della bambina: secondo l’accusa, non ci sarebbero però elementi sufficienti per riconoscere il dolo né una partecipazione comune al reato.
Una posizione differente è stata delineata per Maurizio Improta, ex responsabile dell’ufficio Immigrazione, e per Vincenzo Tramma. Nei loro confronti il procuratore generale ha ritenuto configurabile il dolo nel sequestro della minore, chiedendo un nuovo passaggio in appello limitato alla valutazione delle attenuanti generiche. Per tutti gli imputati, invece, è stata avanzata la richiesta di dichiarare prescritto il reato legato al sequestro di Alma Shalabayeva.
Il rimpatrio che provocò lo scandalo
I fatti risalgono al maggio 2013, quando Alma Shalabayeva fu prelevata nella sua casa romana insieme alla figlia di sei anni. La donna era la moglie di Mukhtar Ablyazov, dissidente politico kazako che le autorità cercavano di rintracciare. Non avendo trovato l’uomo, la polizia procedette nei confronti delle due familiari contestando l’uso di un documento falso.
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Madre e figlia furono trasferite in Kazakistan con un volo privato predisposto da quel Paese. L’operazione suscitò forti reazioni politiche e internazionali e venne indicata come una consegna straordinaria illegittima. Dopo le proteste, a fine 2013 le due donne poterono rientrare in Italia, dove ottennero il riconoscimento dello status di rifugiate.
Un procedimento segnato da svolte
L’espulsione fu poi considerata illegittima e diede origine a un procedimento per sequestro di persona e falso nei confronti di funzionari di polizia e magistrati. Nel corso degli anni si sono susseguite sentenze di condanna, assoluzioni e ulteriori giudizi, con l’obiettivo di definire il grado di responsabilità individuale e l’eventuale presenza del dolo.
La nuova richiesta della Procura generale non propone quindi una valutazione identica per tutti gli imputati. Il possibile nuovo appello dovrebbe concentrarsi su aspetti differenti: per alcuni sulla responsabilità per il sequestro della minore, per altri esclusivamente sul peso delle attenuanti.
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