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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Cinque miliardi dalle banche: il patto con il governo rischia di saltare

Gli istituti contestano la cifra già indicata nel Documento programmatico di bilancio e rivendicano l’intesa triennale da circa 10 miliardi sottoscritta nel 2025.

Il confronto tra banche ed esecutivo rischia di riaccendersi prima ancora dell’avvio ufficiale della trattativa. Gli istituti di credito contestano infatti i circa 5 miliardi di euro che il settore finanziario dovrebbe garantire alla manovra nel 2027, cifra già inserita nel Documento programmatico di bilancio e inviata a Bruxelles.

La reazione nasce soprattutto dal metodo seguito dal governo. Secondo il fronte bancario, nessun rappresentante degli istituti sarebbe stato coinvolto prima della definizione dell’importo. Per questo l’ipotesi di un nuovo accordo è stata respinta all’unanimità, mentre le banche richiamano l’intesa siglata nel 2025 e ancora valida.

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L’intesa precedente torna al centro

L’accordo dello scorso anno stabiliva un apporto complessivo vicino ai 10 miliardi di euro nell’arco di tre anni. Il risultato era stato ottenuto attraverso diverse misure fiscali e finanziarie, compreso lo slittamento della deducibilità di alcune voci tributarie.

È proprio su quel precedente che gli istituti basano la loro opposizione. La posizione espressa dal presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, è netta: «C’è già un accordo triennale, gli accordi si mantengono». Le banche ritengono quindi di aver già contribuito ai conti pubblici e non accettano che venga fissato un ulteriore impegno senza un confronto preventivo.

Nel frattempo, il dialogo con il governo dovrebbe partire soltanto nei prossimi giorni. Un elemento che alimenta il malcontento è il fatto che la somma sia già stata indicata nei documenti ufficiali prima che venissero chiariti strumenti, tempi e criteri di ripartizione dell’onere tra banche, assicurazioni e altri operatori finanziari.


Cinque miliardi senza una formula definita

Il Documento programmatico di bilancio non spiega ancora come saranno raccolte le risorse. Tra le ipotesi circolate c’è l’anticipo del versamento fiscale sui dividendi già approvati dalle società ma non ancora distribuiti agli azionisti. Una strada simile era stata utilizzata nei mesi scorsi con Eni per finanziare gli interventi contro il caro carburante.

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Resta però da capire se questa soluzione sarà davvero adottata e quale sarà il peso assegnato ai diversi soggetti del comparto. La maggioranza non avrebbe ancora trovato una posizione condivisa, mentre il tema continua a dividere le forze politiche.

Matteo Salvini considera ragionevole chiedere almeno 5 miliardi a un settore che giudica tra i più solidi e protetti del Paese. Antonio Tajani, invece, ha più volte manifestato contrarietà a un intervento sugli extraprofitti e ha spinto per un confronto con gli istituti, anche se il dialogo è arrivato dopo l’indicazione della cifra.


Il possibile ricorso alla Consulta

La reazione delle banche potrebbe diventare più dura se l’esecutivo procedesse senza un’intesa. Una fonte del settore ha avvertito: «Se il governo prosegue in maniera unilaterale sull’imposizione di una tassa, le banche potrebbero rivolgersi alla Corte costituzionale».

Per ora il ricorso rappresenta soltanto un’eventualità e non una decisione già assunta. Molto dipenderà dal contenuto delle norme e dalla modalità con cui verrà richiesto il contributo, due aspetti ancora da definire dopo il prossimo Consiglio dei ministri.

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