Serbia, il voto che può cambiare tutto: studenti sotto pressione
La mobilitazione universitaria punta sugli astensionisti, ma sondaggi e timori per la regolarità delle urne favoriscono ancora Aleksandar Vucic
Il vero interrogativo non riguarda soltanto la forza elettorale della Lista studentesca, ma anche ciò che accadrà attorno ai seggi e dopo lo scrutinio. La delegazione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, appena rientrata da Belgrado, ha segnalato toni aggressivi contro oppositori, associazioni civiche e giornalisti, oltre a denunce ritenute persistenti e credibili su attività di sorveglianza.
Per domenica 25 ottobre l’Osce prevede l’invio di 80 parlamentari. Giorgio Fruscione, responsabile del Desk Balcani dell’Ispi, avverte che eventuali irregolarità potrebbero servire al potere non solo per ottenere voti, ma per orientare l’esito finale. Secondo il ricercatore, non si può escludere neppure il rischio di tensioni nelle piazze già prima dell’apertura delle urne o di proteste manipolate dopo il voto.
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Vucic conserva un vantaggio netto
Le rilevazioni indipendenti hanno ridimensionato, nelle ultime settimane, le aspettative iniziali sul movimento nato nelle università. Quando a metà settembre era stata presentata la lista, alcuni sondaggi la collocavano vicino al 48%; oggi Fruscione stima il consenso studentesco tra il 37% e il 40%, mentre il Partito progressista serbo di Vucic sarebbe al 48%.
Con l’appoggio degli alleati socialisti, la coalizione al governo avrebbe quindi buone possibilità di mantenere la maggioranza. Fruscione considera comunque l’eventuale risultato degli studenti «storico»: negli ultimi 14 anni nessuna forza o figura dell’opposizione avrebbe raccolto un sostegno paragonabile. Nel 2023, il miglior risultato ottenuto dal cartello contrario al governo si era fermato al 23%.
La struttura organizzativa del partito presidenziale resta però un ostacolo rilevante. Circa un elettore serbo su nove risulterebbe iscritto all’Sns e, con una partecipazione abitualmente vicina al 50%, la mobilitazione degli aderenti e dei loro familiari potrebbe spiegare la quota del 48% indicata dalle rilevazioni.
La partita si gioca fuori dalle città
Per ribaltare le previsioni, gli studenti puntano a raggiungere chi finora non è andato a votare. La loro lista comprende 250 candidati tra avvocati, docenti universitari e rappresentanti della società civile; quasi tutti i partiti d’opposizione hanno inoltre rinunciato a presentarsi, così da convogliare il consenso su un’unica formazione.
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Il problema è che nelle aree rurali e nei centri minori la protesta universitaria ha avuto poca visibilità, anche a causa dell’assenza di copertura sui mezzi d’informazione vicini al potere. Per questo i comitati hanno scelto una campagna itinerante, pensata per incontrare direttamente gli elettori e trasformare il sostegno dichiarato in partecipazione alle urne.
Cinque colonne verso Belgrado
La mobilitazione conclusiva durerà sette giorni e porterà studenti e cittadini nella capitale. L’obiettivo è arrivare giovedì 22 ottobre a piazza Slavija, luogo simbolo delle manifestazioni degli ultimi due anni, con gruppi provenienti da diverse zone del Paese.
Il primo corteo partirà da Zaječar, nella Serbia orientale. Da Gornji Milanovac inizierà il cammino il 18 ottobre; il giorno seguente toccherà a Valjevo e Šabac, mentre la colonna settentrionale si muoverà da Novi Sad il 20 ottobre. Gli organizzatori hanno presentato l’appuntamento sui social con il messaggio «La vittoria chiama» e lo hanno definito «l’ultima manifestazione prima di liberarci di loro».
La marcia rappresenta così il passaggio dalla protesta alla ricerca dei voti, soprattutto tra coloro che non si riconoscono nei partiti tradizionali o non partecipano alle elezioni. Il suo esito dipenderà anche dalla capacità di raggiungere territori finora poco esposti alle contestazioni contro il governo e di convincere gli indecisi a presentarsi il 25 ottobre.
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