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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Sedici chilometri nel cielo per salvare Magura: la missione impossibile

Konstantin Vlasenko è stato recuperato dopo mesi di isolamento sulla riva dell’Oskil: per raggiungerlo è stato impiegato un drone capace di sollevare una persona.

Konstantin Vlasenko è ora affidato ai medici e ha iniziato la riabilitazione: le sue condizioni non vengono più considerate in pericolo. Il soldato ucraino, conosciuto al fronte con il nome di battaglia “Magura”, è stato portato in salvo dopo una missione complessa che ha combinato un drone pesante, un mezzo robotizzato e un’operazione di copertura contro le forze russe.

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Il ritorno è durato sedici chilometri

Il percorso aereo ha coperto 16 chilometri. Il peso di Vlasenko ha però costretto il velivolo a fare una sosta tecnica, necessaria per sostituire o ricaricare le batterie prima di completare il rientro.

In quella posizione il ferito è stato sganciato dal verricello e sistemato sul “Myrtvorets”, un veicolo terrestre senza equipaggio. Camuffato e protetto con materassi, il mezzo ha attraversato otto chilometri di terreno accidentato. Soltanto dopo aver raggiunto un’area abbastanza lontana dall’osservazione russa, i soccorritori hanno trasferito il militare su un’automobile diretta verso un presidio sanitario avanzato.

Il pilota del drone, identificato con il nome di battaglia “Chornyi”, ha spiegato che il volo è cominciato verso un punto intermedio, dove una squadra ha provveduto al cambio delle batterie. Da lì l’Ayudag-6 ha raggiunto il luogo dell’evacuazione, ha agganciato Vlasenko e ha ripreso la rotta di ritorno.


Una copertura contro i droni russi

L’Ayudag-6 ha mantenuto i collegamenti attraverso Starlink e ha regolato la quota in base alla conformazione del terreno. Per rendere più difficile l’intercettazione, il tragitto di rientro non coincideva con quello seguito all’andata.

La missione, durata meno di 90 minuti, è stata accompagnata da una manovra diversiva. Reparti della 14ª e della 43ª brigata meccanizzata, insieme a unità del 10° corpo d’armata, hanno sostenuto l’azione del 2° battaglione della 30ª brigata. I bombardieri pesanti Vampire hanno colpito aree vicine per attirare l’attenzione degli operatori russi; uno di questi velivoli è stato abbattuto, ma il drone incaricato del recupero è riuscito a proseguire.

“Abbiamo analizzato i dati per calcolare quando l’attività dei droni nemici fosse al minimo”, ha riferito “Alex”, responsabile dell’intelligence del battaglione. La partenza è stata fissata alle prime luci del giorno, quando il passaggio dalla notte alla luce offriva, secondo i militari, una finestra più favorevole.

Durante il volo, un drone Autel ha seguito visivamente l’Ayudag-6, mentre un altro apparecchio, un Lucky Strike, era pronto a intervenire nel caso fossero comparsi velivoli ostili. Al ritorno, l’artiglieria del 10° corpo d’armata ha colpito le aree da cui operavano i droni russi. Erano inoltre disponibili squadre di ricognizione e veicoli robotizzati per un eventuale atterraggio alternativo.

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L’attesa nella zona contesa

La vicenda risale al 2 giugno 2025, quando Vlasenko, 49 anni e appartenente alla 30ª brigata meccanizzata, si era diretto verso le posizioni ucraine nel settore di Kup’jans’k. Si trovava con un altro militare nella cosiddetta “zona grigia”, sulla riva sinistra del fiume Oskil, un’area contesa e sottoposta al controllo dei droni.

Dopo l’allagamento del luogo in cui si erano nascosti, i due avevano trovato rifugio in una costruzione abbandonata. Il compagno di Vlasenko era morto mentre cercava di raggiungere una posizione di riserva. In seguito, il 14 febbraio 2026, un drone russo aveva sganciato un ordigno sull’edificio: l’esplosione non aveva ucciso il soldato, ma gli aveva distrutto entrambe le gambe.

Per evitare di morire dissanguato, Vlasenko aveva amputato autonomamente ciò che restava degli arti, dalla parte inferiore degli stinchi fino ai piedi. Da quel momento non aveva più potuto lasciare il riparo e la sua sopravvivenza era dipesa dai rifornimenti inviati periodicamente dall’alto.


Sei mesi per preparare il recupero

Il fiume, i campi minati, la presenza di droni russi e l’infiltrazione di soldati nemici impedivano alle unità ucraine di avvicinarsi via terra. Un veicolo robotizzato era stato individuato e distrutto prima di arrivare, mentre i tentativi delle squadre di fanteria erano stati bloccati dalla sorveglianza aerea.

Ogni quattro o cinque giorni, piccoli droni lasciavano vicino al rifugio cibo, sigarette e dolci. I contatti con il militare erano garantiti via radio. Nel frattempo “Alex” aveva elaborato l’ipotesi di un’evacuazione aerea, ma dal progetto alla missione erano trascorsi sei mesi, anche perché gli apparecchi disponibili non potevano trasportare una persona.

La scelta era infine caduta sull’“Heavy Shot Ayudag-6”, dotato di sei motori, sei eliche, un verricello e una capacità di carico fino a 130 chilogrammi. Il momento più rischioso consisteva nell’aggancio del ferito: Vlasenko avrebbe dovuto fissarsi da solo al cavo, restando semi-seduto, con un’imbracatura da alpinismo e alcuni moschettoni.

Il giorno precedente erano stati consegnati al rifugio l’equipaggiamento necessario e un telefono contenente le istruzioni video. Un fissaggio sbagliato o una perdita di coscienza durante il trasporto avrebbero potuto compromettere l’intera operazione. Secondo “Alex”, però, il soldato ha eseguito ogni passaggio rapidamente e senza lasciarsi prendere dal panico.

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