Se non consumi non vali? Il disagio dietro le vetrine saccheggiate
Franca Moroni legge i furti compiuti dagli adolescenti come il sintomo di una società che misura il valore personale attraverso marche, denaro e capacità di acquistare.
Il furto di un paio di scarpe o di una felpa non può essere giustificato, ma secondo Franca Moroni non basta neppure liquidarlo come una bravata priva di significato. Dietro quei gesti, sostiene la funzionaria della Regione Emilia-Romagna, c’è anche il disagio di una generazione cresciuta osservando le difficoltà economiche dei propri genitori e bombardata da messaggi che associano felicità, libertà e riconoscimento sociale ai consumi.
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Il costo della vita entra nelle famiglie
Per chi vive con uno stipendio mensile compreso tra 1.500 e 2.000 euro, la situazione è cambiata rapidamente. Un reddito che fino a pochi anni fa permetteva a un lavoratore dipendente di condurre un’esistenza dignitosa in provincia o nei centri più piccoli oggi rende difficili persino le spese essenziali. A Bologna, osserva Moroni, un chilo di pane venduto al supermercato può arrivare a costare 5 euro e rappresentare, nella sua valutazione, il 10% dello stipendio mensile.
La pressione aumenta quando ci sono figli, anche per le famiglie che possiedono una casa. Un guasto alla macchina, una frattura che richieda cure riabilitative non coperte dall’AUSL o la necessità di sistemare il tetto possono trasformarsi in problemi ingestibili. Chi paga un affitto o una rata del mutuo, aggiunge l’autrice, vive con un’insicurezza ancora maggiore; e tutto questo senza considerare le condizioni di povertà assoluta.
Le marche diventano una misura sociale
I ragazzi, secondo Moroni, percepiscono queste ansie anche quando gli adulti non ne parlano apertamente. Allo stesso tempo ricevono ogni giorno un messaggio opposto: per essere accettati bisogna indossare determinati marchi, possedere un’automobile e dimostrare di poter comprare ciò che la pubblicità presenta come indispensabile. In questo contesto, l’appropriazione di scarpe o vestiti può diventare per un quattordicenne un modo distorto per sentirsi visto e riconosciuto.
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L’autrice contesta quindi chi descrive gli adolescenti coinvolti soltanto come vandali privi di coscienza politica. A suo giudizio, la difficoltà di comprendere le loro ragioni riguarda anche una società che espone beni dal prezzo equivalente a diversi stipendi familiari e poi pretende di impartire lezioni morali ai più giovani.
La protesta non si divide in categorie
Moroni richiama inoltre l’attenzione sul rischio di contrapporre gli studenti considerati educati e pacifici a quelli etichettati come violenti o irrimediabilmente problematici. Una simile distinzione, sostiene, finirebbe per separare chi si trova appena sopra la soglia del disagio da chi è già precipitato nella marginalità, invece di affrontare le cause comuni.
La funzionaria non nega che le rivolte possano produrre maggiore repressione né sostiene che ogni forma di saccheggio porti a risultati concreti. Dice però di non riuscire a condannare quei minorenni più severamente di chi governa sistemi economici accusati di alimentare disuguaglianze, o di chi ritiene normale mettere in vetrina oggetti dal valore pari a più anni di reddito per una famiglia ordinaria. La domanda finale resta dunque aperta: se il valore delle persone viene continuamente associato a ciò che possono acquistare, perché stupirsi quando alcuni ragazzi cercano proprio nel consumo l’unico modo per sentirsi protagonisti?
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