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Attualità 2 min di lettura10 min fa

Violenza nelle piazze: il triangolo tra Putin, Gaza e nichilismo

Le aggressioni non si spiegano soltanto con il disagio giovanile: dietro le rivolte emergono responsabilità politiche, propaganda e sfruttamento delle fragilità.

A Torino, la procura minorile mette in guardia dall’uso strumentale dei ragazzi più vulnerabili nelle manifestazioni violente. Emma Avezzù accusa gli ambienti antagonisti di attirare giovani fragili e di mandarli allo scontro, confidando nel lavoro della giustizia minorile per sottrarli a quei contesti.

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La violenza non è una risposta politica

Il richiamo della procuratrice introduce una lettura diversa da quella proposta da alcuni intellettuali. Mario Calabresi ha collegato gli attacchi alle librerie Feltrinelli al senso di esclusione di chi si percepisce senza lavoro, prospettive e futuro. Daniele Vicari ha invece sostenuto che il disagio delle nuove generazioni sia reale e alimentato dall’incapacità della politica di ascoltare le domande più profonde della società.

Concita De Gregorio ha spinto ancora oltre questa interpretazione, leggendo la disobbedienza come una possibile insurrezione e una rivendicazione di umanità. Le tre posizioni, pur con accenti differenti, convergono nel tentativo di individuare una ragione sociale dietro la devastazione. Ma comprendere il malessere non significa assolvere chi lo trasforma in violenza.

La violenza collettiva, sostiene questa analisi, non acquista un significato nobile solo perché si presenta con simboli politici o religiosi. Può nascere da rabbia, frustrazione e impulso di gruppo, assumere forme diverse nel tempo e poi essere rivestita di ideologie. Il compito di politica e cultura dovrebbe essere separare il disagio dalle responsabilità di chi organizza o alimenta gli scontri, senza scegliere né la giustificazione né una repressione indiscriminata.


Tre spinte dietro le rivolte

Il rischio più serio, secondo questa prospettiva, è che le piazze diventino terreno di manovra per soggetti capaci di indirizzare la rabbia verso esiti più pericolosi: terrorismo o conflitto aperto. Per questo non basta aumentare il numero degli agenti impiegati nei cortei; serve capire quali reti trasformino marginalità e risentimento in obbedienza allo scontro.

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Nel quadro indicato dall’autore, le violenze attuali hanno un costo legato a tre fenomeni che si rafforzano a vicenda: il putinismo diffuso, l’islamopalestinismo particolarmente visibile a Milano e il nichilismo associato soprattutto a Torino. Massimo Cacciari viene richiamato come esempio di chi interpreta la crisi europea attraverso una condanna radicale delle sue istituzioni e uno sguardo rivolto alla Russia di Vladimir Putin.


La nonviolenza come responsabilità

L’idea che ai giovani sia stata sottratta ogni speranza non viene accolta come una spiegazione sufficiente. Il futuro, si osserva, non ha mai garantito opportunità gratuite e nessuno può rivendicare un diritto automatico alla speranza. Marco Pannella sintetizzava questa posizione con l’espressione «speranza contro ogni speranza», legandola alla pratica concreta della nonviolenza.

Scuola e mezzi di informazione dovrebbero quindi tornare a parlare di nonviolenza non come semplice contrario dello scontro, ma come alternativa all’indifferenza. La responsabilità, infine, non ricade sulla democrazia in astratto: è la politica, quando non riconosce i propri errori né quelli altrui, a mostrare di non saper leggere la crisi.

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