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Attualità 3 min di lettura56 min fa

Scuola e riarmo, la sfida degli studenti: scegliere la pace

Tra proteste contro le spese militari, reclutamento nelle scuole e difesa non armata, cresce la richiesta di un’educazione fondata sulla nonviolenza.

La nonviolenza degli studenti può diventare una pratica concreta anche dentro le scuole. Lo hanno mostrato le insegnanti che, durante le proteste, si sono frapposte fisicamente tra i ragazzi e le cariche della polizia: un gesto capace di trasformare la disobbedienza civile in una lezione vissuta, non soltanto studiata.

A docenti e dirigenti scolastici spetta ora una responsabilità decisiva. Possono limitarsi ad assecondare la crescente presenza delle Forze Armate negli istituti oppure sostenere il diritto degli studenti a discutere di pace, obiezione di coscienza e alternative alla violenza.

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La pace come materia da imparare

La Costituzione ripudia la guerra e, secondo più pronunce della Corte Costituzionale, riconosce anche forme di difesa non armata e nonviolenta del Paese. Da questo principio dovrebbe partire una formazione capace di presentare la resistenza civile, la riduzione delle tensioni e la soluzione pacifica dei conflitti come strumenti reali.

Il punto non riguarda soltanto la guerra tra Stati. In gioco c’è un cambiamento culturale più ampio: sostituire la preparazione militare con quella alla pace e rifiutare la violenza tanto nei rapporti internazionali quanto nelle relazioni tra persone. La mobilitazione degli studenti, inoltre, dovrebbe tenere lontana anche la violenza di piazza, che finisce per imitare la logica del conflitto armato e indebolisce i movimenti.


I ragazzi contestano il doppio standard

Durante lo sciopero nazionale di venerdì 16 ottobre, collegato alle mobilitazioni europee, ragazze e ragazzi hanno accostato due voci del bilancio pubblico spesso tenute separate. L’Italia destina alla scuola poco più del 4% del PIL, mentre la Svezia arriva al 7%; nello stesso tempo il Paese punta a portare al 5% la quota destinata agli armamenti.

Nel dibattito pubblico il rapporto tra sicurezza e istruzione era stato associato soprattutto ai metal detector negli ingressi degli istituti, promossi da Piantedosi e Valditara per contrastare la presenza di coltellini negli zaini. Molti dirigenti scolastici, però, li hanno respinti. Il confronto cambia scala se si considerano i 36,4 miliardi di euro destinati a 78 programmi di riarmo pesante approvati dal Parlamento nell’arco di quattro anni, risorse che avrebbero potuto contribuire anche a rendere gli edifici scolastici più sicuri e accoglienti.

Sui cartelli e nelle richieste della mobilitazione sono comparsi slogan come “più scuola, meno armi” e “non siamo carne da macello”. La generazione già impegnata contro l’emergenza climatica individua così un’altra minaccia per il proprio futuro: non soltanto le conseguenze ambientali, ma anche la preparazione permanente dei conflitti.

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L’esercito entra nelle aule

Secondo la prospettiva espressa dagli studenti, la guerra non può restare un capitolo di storia o geografia destinato a coinvolgere soltanto altre generazioni. Il timore è che i giovani vengano trasformati in combattenti, mentre gli adulti discutono del loro disagio senza interrogarsi sulla crisi morale prodotta dall’esaltazione della soluzione militare, quella che Edgar Morin ha definito “isteria di guerra”.

Nelle scuole, intanto, gli Uffici scolastici regionali hanno chiesto ai dirigenti delle secondarie di secondo grado di mettere a disposizione spazi per gli uffici di reclutamento delle Forze Armate. La richiesta arriva mentre gli studenti criticano la leva militare e l’aumento delle spese belliche.


Tra serie televisive e reclutamento

La sequenza degli appuntamenti ha alimentato ulteriori interrogativi. Il 22 settembre Netflix ha pubblicato Minerva, una serie televisiva per adolescenti che presenta in modo attraente e normalizzato l’esperienza della scuola militare. Il giorno seguente, il sito dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna ha diffuso una comunicazione dell’esercito rivolta agli istituti.

Per gli studenti del primo e del secondo anno viene proposto un incontro dedicato alle modalità di accesso e ai percorsi delle Scuole Militari; alle classi quarte e quinte viene invece illustrata l’offerta dell’Accademia Militare. La promozione dell’arruolamento entra così nelle aule senza un confronto equivalente con le prospettive della difesa civile e non armata.

Questa disparità appare ancora più evidente in un sistema scolastico dove l’educazione sessuo-affettiva resta vietata o fortemente ridotta alle superiori, gli insegnanti possono essere sottoposti a controlli e sanzioni quando affrontano il genocidio in Palestina e gli esperti di nonviolenza incontrano spesso censure o l’obbligo di un contraddittorio. Mimetiche e stellette, al contrario, trovano accesso senza una discussione paritaria sulle conseguenze dell’uso delle armi e sulle alternative previste dalla Costituzione.

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