Sangue in scena, il teatro si ferma: Beltotto sfida le regole
La cancellazione della performance di Wajdi Mouawad riapre il confronto tra libertà artistica, responsabilità sanitaria e assenza di norme specifiche.
Giampiero Beltotto annuncia un’iniziativa istituzionale per difendere la libertà creativa dopo lo stop alla performance di Wajdi Mouawad. Il presidente del Teatro Stabile del Veneto e il giurista Mario Bertolissi intendono rivolgersi ad Alessandro Giuli, chiedendo un intervento sul piano giuridico: secondo Beltotto, agli artisti dovrebbe essere consentito esprimersi senza vincoli ideologici, nel rispetto delle regole necessarie.
La vicenda ha però già avuto una conseguenza concreta: l’esibizione non è stata accolta nei teatri veneti. «Non avrei mai chiesto a un medico di farlo – ha spiegato Beltotto – E così abbiamo capito che non potevamo ospitare lo spettacolo».
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Il gesto che ha fatto saltare tutto
Mouawad avrebbe dovuto riproporre al Teatro Verdi di Padova una scena della sua opera “L’ombra dentro di sé che scrive”, già presentata al Teatro Stabile. Durante l’azione, il regista libanese-canadese avrebbe aspirato una quantità di sangue dal proprio corpo per poi spalmarlo sulla pelle davanti agli spettatori.
L’artista considerava quel gesto parte integrante del significato della rappresentazione: il sangue doveva rendere visibile una condizione di dolore. L’uso di questo elemento non è inoltre estraneo alla storia della performance contemporanea, che comprende anche lavori di Marina Abramovic e Jan Fabre.
I dubbi del presidio sanitario
A bloccare l’autorizzazione è stato il medico del Teatro Goldoni di Venezia. Il professionista ha rilevato innanzitutto l’impossibilità di escludere con assoluta certezza un eventuale rischio infettivo legato al sangue utilizzato durante la scena.
Beltotto aveva riferito che Mouawad si era sottoposto ad analisi il giorno precedente, ma restava un’ulteriore incognita: un malore successivo al prelievo avrebbe potuto coinvolgere direttamente la responsabilità del medico. Da qui la decisione di non procedere con l’accoglienza dello spettacolo.
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Libertà artistica contro vincoli formali
Il presidente del Teatro Stabile non nasconde di avere «molte riserve» sul gesto compiuto in palcoscenico. Allo stesso tempo, ritiene che il caso non possa essere archiviato come una semplice questione sanitaria e sostiene che le ragioni dello stop siano legate soprattutto a valutazioni amministrative e moralistiche.
La sua obiezione riguarda anche la destinazione del sangue impiegato nella scena, che sarebbe stato comunque eliminato al termine dell’azione. Per Beltotto, dunque, il rifiuto non nasce soltanto dalla prudenza medica, ma da una contrarietà di principio verso quella forma di espressione.
Le lettere attese sul tavolo del ministro
La cancellazione ha fatto emergere, secondo i promotori dell’iniziativa, una zona poco definita delle norme italiane sulle pratiche artistiche che comportano un prelievo o l’uso di materiale biologico. È su questo terreno che Beltotto e Bertolissi intendono chiedere chiarimenti ad Alessandro Giuli.
Le due lettere avranno l’obiettivo di sollecitare una riflessione sulle garanzie da riconoscere agli artisti. La richiesta non riguarda soltanto il caso Mouawad, ma il principio più generale secondo cui la libertà di espressione culturale dovrebbe restare effettiva anche quando una performance mette in discussione le consuetudini dello spettacolo dal vivo.
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