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Attualità 3 min di lettura53 min fa

Rubio resta con Trump e nega la corsa del 2028

Il segretario di Stato esclude l’uscita dall’amministrazione, ma non chiarisce se punterà alla Casa Bianca.

Marco Rubio ha smentito l’intenzione di lasciare l’amministrazione Trump per candidarsi alle presidenziali del 2028. Il segretario di Stato ha ribadito che resterà al suo incarico fino alla conclusione del mandato del presidente.

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La smentita di Rubio

In un’intervista al New York Times, Rubio ha detto che lavorare per Trump fino alla fine della presidenza è sempre stato il suo programma. «Non so da dove provengano certe voci. Amo il lavoro che sto svolgendo», ha dichiarato, senza però rispondere in modo diretto alle domande sulle sue prospettive politiche.

Le indiscrezioni su un possibile addio erano state riportate dall’Independent e da Bloomberg. Secondo quelle ricostruzioni, Rubio avrebbe potuto abbandonare il governo per partecipare alle primarie repubblicane in vista del voto del 2028.

La smentita è arrivata anche da Dylan Johnson, portavoce del Dipartimento di Stato ed ex collaboratore della campagna elettorale di Donald Trump. Johnson, che ha lavorato anche nell’ufficio comunicazione della Casa Bianca, ha definito le notizie «fake news del tutto infondate, basate sulle parole di fonti anonime. Roba da tabloid» in dichiarazioni raccolte da Bloomberg.


Il confronto nel Partito Repubblicano

La discussione sul futuro di Rubio si è intrecciata con le tensioni esplose nel Partito Repubblicano dopo la pesante sconfitta alle elezioni di metà mandato. Il primo bersaglio dello scontro interno è diventato Pete Hegseth, capo del Pentagono, mentre il vicepresidente JD Vance ha attribuito una parte rilevante del risultato alla guerra contro l’Iran.

Trump ha difeso Hegseth e ha fatto sapere di volerlo mantenere al suo posto. Con la ripresa dei lavori del Congresso, tuttavia, i democratici potrebbero riproporre la mozione per l’impeachment, che finora non ha ottenuto il sostegno necessario. Il voto potrebbe arrivare già questa settimana e trovare appoggi anche tra i repubblicani critici verso il segretario alla Difesa.

Il precedente più citato è quello del 2006, quando George W. Bush sostituì Donald Rumsfeld dopo la perdita di consensi subita dai repubblicani nelle elezioni di metà mandato, mentre cresceva il dissenso sulla gestione della guerra in Iraq.

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Vance e gli altri possibili candidati

Secondo il Washington Post, al Pentagono sono aumentate le tensioni e alcuni esponenti vicini a Trump discutono anche dell’eventuale rimozione di Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, e di Brad Cooper, comandante dello Us Central Command.

Vance ha indicato quattro priorità per la ricostruzione del partito dopo Trump: porre fine alla guerra, contenere il costo della vita e l’inflazione, recuperare il significato originario dello slogan «Prima l’America» e rivedere i rapporti degli Stati Uniti con Israele.

Le sue parole hanno provocato la reazione di Abdul El-Sayed, senatore democratico del Michigan, che lo ha accusato di cercare di prendere le distanze dal conflitto iraniano soltanto dopo il suo esito negativo. Anche Ron DeSantis ha chiesto una revisione della linea repubblicana, sostenendo che molti elettori non siano andati a votare per la mancanza di risultati concreti alla Camera e al Senato.

Tra i nomi considerati per la corsa alla Casa Bianca del 2028 figurano Vance, DeSantis e Ted Cruz. Il senatore del Texas ha descritto le elezioni di metà mandato come un rifiuto del Partito Repubblicano paragonabile, per intensità, a quello seguito allo scandalo Watergate.

Gli esponenti repubblicani ostili a Trump hanno letto il risultato come una rivincita politica. L’ex senatore Mitt Romney ha attribuito la sconfitta a decisioni politiche sbagliate e a un’inadeguata leadership.

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