Ristorazione, il confine invisibile: tirocinio o lavoro vero
I numeri dell’INAPP mostrano un fenomeno già rilevabile, ma per capire gli abusi bisogna osservare ciò che accade davvero durante i turni.
La risposta non si trova soltanto nei documenti firmati, ma nella scena quotidiana di un locale: se un giovane viene inserito nei turni, riceve incarichi operativi e copre una necessità ordinaria, sta ancora imparando oppure sta già lavorando? È la domanda che pone un cuoco e imprenditore piemontese, partendo da una vicenda concreta che sceglie di raccontare senza indicare persone o aziende riconoscibili.
Il giovane, formato nell’accoglienza e nella ristorazione, era stato inserito in un tirocinio presso una struttura organizzata. Formalmente si trattava di un percorso formativo; nei fatti, però, lavorava in sala e svolgeva compiti indispensabili al servizio. Il punto decisivo, dunque, non è la definizione riportata sulla carta, ma il modo in cui quella persona viene impiegata durante il turno.
Quando il turno sostituisce la formazione
Un tirocinio dovrebbe prevedere obiettivi chiari, attività pertinenti, un tutor realmente presente e un’evoluzione delle competenze. Se il tirocinante viene collocato al posto di un lavoratore assente, riceve le medesime consegne del resto della squadra e contribuisce al funzionamento ordinario dell’attività, il percorso rischia di perdere la sua natura formativa.
La ristorazione può insegnare molto proprio perché consente di apprendere osservando e mettendo in pratica. Tuttavia, questa caratteristica non deve diventare la giustificazione per utilizzare giovani tirocinanti come personale a basso costo. Lo stesso problema può manifestarsi anche in negozi, servizi, magazzini, fabbriche e uffici: cambiano gli ambienti, non il confine da verificare.
L’equilibrio riguarda anche la concorrenza tra imprese. Chi assume regolarmente sostiene un costo del lavoro diverso da quello di un’azienda che copre una mansione ordinaria attraverso un tirocinio. Questo non significa che ogni esperienza formativa sia irregolare o che ogni imprenditore agisca in modo scorretto, ma proprio l’utilità dello strumento rende necessario impedirne l’uso distorto.
I numeri indicano solo una parte
Nel 2023 sono stati avviati in Italia 281.376 tirocini extracurricolari. Il quinto Rapporto INAPP ha rilevato 8.400 casi nei quali il tirocinio celava, secondo gli elementi disponibili, l’esecuzione effettiva di una prestazione lavorativa: circa il 3 per cento del totale.
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Quella percentuale non può essere letta come la misura complessiva dei rapporti di lavoro mascherati. Rappresenta soltanto ciò che le banche dati amministrative hanno consentito di individuare direttamente, quindi una soglia minima osservabile. Tra i 22.468 tirocini svolti nelle professioni non qualificate, l’11,4 per cento riguardava il commercio e il 10,8 per cento il comparto dell’alloggio e della ristorazione; dati che non coincidono con gli 8.400 casi irregolari, ma mostrano dove il confine tra apprendimento e lavoro può diventare più difficile da tracciare.
Anche una frase apparentemente benevola può confondere i piani: «Non mettiamogli troppa pressione, lasciamo che lavorino». La distinzione, invece, deve restare netta: se lavorano, quella prestazione va riconosciuta; se sono in formazione, devono avere condizioni concrete per acquisire competenze.
Controlli rivolti alla realtà
Un’azienda che attiva continuamente tirocini, li porta a termine e poi ne avvia di nuovi senza assumere nessuno lascia una sequenza significativa nei dati amministrativi. L’incrocio delle informazioni disponibili presso centri per l’impiego, Regioni, Inps e Ispettorato potrebbe aiutare a individuare queste situazioni prima che sia necessaria una denuncia o che intervenga un controllo casuale.
Le verifiche dovrebbero concentrarsi non solo sul progetto formativo, ma anche su mansioni, orari, turni, inserimento nell’organizzazione e presenza effettiva del tutor. Servirebbe inoltre un numero verde facilmente accessibile per segnalare violazioni, perché un giovane in una posizione precaria può non conoscere gli strumenti disponibili o temere conseguenze. Una procedura per chiedere un intervento ispettivo esiste già presso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, ma resta poco conosciuta.
La richiesta, quindi, è nazionale e concreta: meno attenzione alle sole carte e più osservazione di ciò che avviene nei luoghi di lavoro. Gli 8.400 casi rilevati dall’INAPP non dimostrano che il 3 per cento rappresenti tutti gli abusi; confermano però che il fenomeno esiste e può essere misurato. La domanda da cui partire resta semplice: quando inizia il turno, quella persona sta imparando un mestiere oppure sta svolgendo il lavoro necessario all’impresa? Se prevale la seconda risposta, quel lavoro deve essere chiamato con il suo nome.
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