Ricina a Pietracatella: perché il veleno richiede competenze precise
Carlo Locatelli ricostruisce le difficoltà delle analisi, l’ipotesi dell’ingestione e i dubbi ancora aperti sul caso di madre e figlia
La ricina non è una sostanza che si possa reperire facilmente: deriva dalla pianta di ricino, ma per ottenere un preparato pericoloso servono conoscenze specifiche e strumenti adeguati. Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, osserva inoltre che i casi di avvelenamento volontario coinvolgono più spesso donne, mentre gli uomini ricorrono con maggiore frequenza alla violenza fisica.
«Il veleno non richiede forza fisica, è un’arma più subdola», ha spiegato Locatelli, ricordando però che non si tratta di una regola assoluta. Tra gli esempi citati c’è il caso del tallio che nel 2017 colpì una famiglia di Desio e per il quale era stato indicato come responsabile il figlio di 27 anni.
Un’analisi senza precedenti
Sul caso di Pietracatella stanno lavorando anche gli specialisti dell’Istituto Robert Koch. A loro sono stati affidati gli accertamenti sui possibili veicoli del veleno presenti nell’abitazione, insieme a campioni prelevati da tavolo, sedie e altre superfici. La consulenza potrebbe essere prorogata, anche per il particolare interesse dell’istituto tedesco verso la ricina nel quadro della prevenzione antiterrorismo.
La difficoltà principale riguarda la ricerca della sostanza nel sangue. La ricina è una proteina complessa da individuare e confermare; per questo il gruppo di Pavia ha dovuto ripetere più volte i test, verificando anche che il risultato non fosse dovuto a composti simili. Locatelli definisce il lavoro svolto molto oneroso e lungo, ma sostiene che gli esami siano stati portati avanti fino a raggiungere una conclusione ritenuta certa.
L’ipotesi dell’ingestione
Secondo l’esperto, la via più plausibile sarebbe quella alimentare. L’inalazione, a suo giudizio, avrebbe provocato manifestazioni respiratorie differenti, mentre un’iniezione avrebbe lasciato segni locali e sarebbe stata probabilmente avvertita dalle vittime. Anche il semplice contatto con la pelle non sarebbe sufficiente ad assorbire la sostanza, rendendo compatibile con gli elementi disponibili l’ipotesi che sia stata ingerita insieme a cibo o bevande.
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Gli investigatori devono ancora chiarire se anche Gianni Di Vita possa essere stato esposto al veleno. L’uomo, che non risulta indagato, è stato ascoltato e ha subito perquisizioni. Il campione di sangue esaminato dal centro era stato conservato a 4 gradi e, secondo Locatelli, questa condizione ne avrebbe compromesso l’attendibilità; inoltre la risposta all’esposizione può cambiare in base a dose, peso e condizioni di salute.
Cosa hanno trovato i medici
Locatelli ha coordinato il gruppo che ha identificato la ricina nei campioni di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia morte tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale di Campobasso. Il direttore del centro definisce l’episodio senza precedenti analoghi nella letteratura scientifica, perché in questo caso è stata cercata direttamente la ricina e non la ricinina, una sostanza diversa e più semplice da analizzare.
Nei sette episodi di intossicazione da ricino pubblicati in Italia nel 2025, l’esposizione era avvenuta accidentalmente dopo l’ingestione dei semi e i pazienti avevano potuto riferire l’accaduto ai medici. Le procedure di decontaminazione avevano limitato l’assorbimento e le persone erano sopravvissute anche perché, in diversi casi, la quantità assunta non era stata letale.
Per Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, invece, Locatelli ritiene che la concentrazione rilevata fosse troppo elevata per consentire la sopravvivenza, anche se l’intossicazione fosse stata riconosciuta subito. Ha comunque precisato di non voler valutare le decisioni cliniche adottate, né i tempi o le modalità delle cure, che rientrano negli accertamenti previsti dalla legge.
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