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Attualità 4 min di lettura57 min fa

58 donne, una libertà negata: cosa svela il rapporto sui matrimoni imposti

Il rapporto pilota presentato a Imola mostra quanto sia difficile intercettare in anticipo le situazioni coercitive e denuncia il rischio di trasformare la violenza in propaganda identitaria.

Dietro i 58 casi esaminati non ci sono soltanto numeri, ma percorsi di resistenza e di riconquista dell’autonomia. È su questi cammini che Trama di Terre, come gli altri centri antiviolenza, costruisce insieme alle donne possibilità concrete di libertà, riconoscendo il controllo patriarcale nelle sue diverse forme.

Trasformare quelle storie in uno strumento di propaganda politica significa cancellarne la complessità. Significa anche riproporre, seppure con modalità differenti, una logica nella quale gli uomini rivendicano il potere di decidere sui corpi, sulle relazioni e sulle vite delle donne.


La libertà negata passa dal controllo

Nel matrimonio imposto o coercitivo viene soppresso il diritto all’autodeterminazione. La stessa privazione riguarda le donne ostacolate nella scelta di interrompere una gravidanza, quelle aggredite perché rifiutano un rapporto sessuale e chi viene colpita dopo aver deciso di chiudere una relazione.

Il punto comune è la pretesa di disporre del corpo femminile come di una proprietà. Questa dinamica non appartiene a una sola religione, a una specifica nazionalità o a una determinata area geografica: il patriarcato attraversa confini, classi sociali e culture, assumendo forme diverse ma conservando la medesima struttura di potere.

Le campagne che presentano la violenza sulle donne come un tratto esclusivo di comunità straniere finiscono così per produrre una doppia rimozione. Da un lato esasperano lo stigma verso le vittime con background migratorio; dall’altro assolvono o rendono meno visibili comportamenti violenti quando a compierli sono uomini italiani.


I dati smentiscono le letture identitarie

Le rilevazioni dell’Istat confermano che la violenza non può essere spiegata attraverso la nazionalità di chi la subisce o di chi la commette. Nel rapporto «Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta – anno 2025», pubblicato a metà settembre, il 15,3% delle italiane tra 16 e 75 anni, circa 3 milioni di donne, ha riferito di aver subito violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni.

La stessa esperienza è stata dichiarata dall’11,4% delle straniere della medesima fascia d’età, oltre 244mila persone. Tra queste, la percentuale sale al 22,4% nel caso delle rifugiate: un dato che richiama il peso della vulnerabilità, più che quello dell’appartenenza culturale.

Gli episodi si concentrano soprattutto tra gli 11 e i 16 anni, ma per l’8,2% delle vittime italiane il primo abuso è avvenuto ancora prima dei 6 anni. Nella maggioranza dei casi, gli autori erano conoscenti o familiari.

La diffusione di questi dati rende ancora più problematica la lettura offerta da alcune trasmissioni televisive dopo la presentazione del rapporto. La notizia è stata collegata a campagne populiste sulla cosiddetta remigrazione, mentre il commento pronunciato da Tommaso Cerno durante il TG4 è stato giudicato particolarmente grave per toni e contenuti.

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Solo sei richieste prima delle nozze

Il rapporto pilota «La forza di un no!» è stato curato dall’Osservatorio regionale e illustrato a Imola da Trama di Terre. La ricerca ha raccolto le informazioni di 16 servizi attivi sul territorio nazionale, tra Servizi Sociali, Centri Antiviolenza, SAI e CAS, registrando nel 2025 58 prese in carico collegate a matrimoni imposti o ottenuti attraverso la coercizione.

L’elemento più preoccupante riguarda il momento in cui le donne riescono a entrare in contatto con i servizi. Nell’89,7% delle situazioni il matrimonio era già stato celebrato; soltanto sei casi, pari al 10,3%, sono stati intercettati prima delle nozze.

La pressione non arriva quasi mai da una sola persona. In media, ogni vicenda coinvolge due autori della coercizione: il marito compare nel 46,2% delle segnalazioni, il padre nel 20,5% e la madre nel 18,8%. Il quadro restituito è quindi quello di un controllo sostenuto dalla famiglia e, più in generale, dall’ambiente comunitario.


Una rete di aiuti ancora da rafforzare

Per ciascuna donna sono stati attivati mediamente 4,7 interventi. L’ascolto ha riguardato il 75,9% dei casi, la consulenza legale il 65,5% e l’accompagnamento verso il lavoro il 56,9%; in oltre il 40% delle situazioni è stato inoltre necessario un trasferimento abitativo o l’inserimento in una struttura protetta.

Nessun servizio ha fatto ricorso alla mediazione familiare. La scelta segue le linee guida internazionali sulla violenza di genere, che considerano questo strumento inadatto e potenzialmente rischioso quando esiste una relazione di controllo e coercizione.

Restano però ostacoli rilevanti: le difficoltà linguistiche, la preparazione non sempre adeguata degli operatori dei servizi generalisti e la fatica delle vittime nel riconoscere, soprattutto all’inizio, la violenza che stanno vivendo.

«Questi primi dati mostrano con chiarezza che il matrimonio forzato non è un fenomeno marginale, ma una forma grave e complessa di violenza di genere che richiede strumenti di lettura e di intervento specifici», ha affermato Clarice Carassi, presidente di Trama di Terre. Secondo Carassi, il titolo del rapporto richiama la scelta della libertà compiuta dalle donne che hanno chiesto aiuto e il lavoro della rete istituzionale e sociale che ha saputo accoglierle.

La sfida, ora, è garantire protezione senza alimentare razzismo o xenofobia. Una narrazione stigmatizzante può infatti spingere le vittime al silenzio e rendere ancora più difficile l’accesso ai servizi: il contrasto alla violenza richiede strumenti specifici, non semplificazioni identitarie.

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