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Attualità 4 min di lettura14 ott

Reti sicure, conto salato: chi pagherà la svolta europea

Bruxelles vuole ridurre i rischi legati ai fornitori cinesi e rendere interoperabili le comunicazioni critiche, ma il peso economico ricadrà soprattutto sugli operatori più esposti.

La domanda decisiva non riguarda soltanto quali apparati dovranno essere rimossi, ma chi sosterrà il prezzo della trasformazione. Bruxelles chiede infatti reti più sicure e robuste, capaci di servire anche polizia, soccorritori e altri servizi pubblici, mentre agli operatori promette una remunerazione a condizioni «eque e ragionevoli» senza chiarire ancora come verrà calcolata.

Il rischio è che nuovi obblighi, sostituzioni tecniche e investimenti per la prossima generazione di collegamenti finiscano per comprimere le risorse disponibili. Il confronto coinvolge in modo particolare l’Italia, insieme a Germania e Spagna, dove si concentra oltre il 55 per cento delle apparecchiature che secondo Strand Consult dovranno essere rimpiazzate nei prossimi cinque anni.

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L’Europa prepara una rete per le emergenze

Il progetto più ampio riguarda l’Euccs, il sistema europeo pensato per collegare le comunicazioni di polizia, soccorso, controllo delle frontiere e altri apparati pubblici. L’obiettivo è permettere alle reti nazionali di dialogare oltre i confini, lasciando però ai singoli Stati la gestione delle proprie infrastrutture.

Bruxelles non punta a realizzare una rete separata riservata alle emergenze. L’ipotesi è utilizzare gli impianti commerciali già disponibili, offrendo agli operatori nuove possibilità di valorizzare gli investimenti compiuti sul 5G. In cambio, le aziende dovrebbero assicurare standard più elevati di protezione, continuità operativa e prestazioni, oltre a dare precedenza alle comunicazioni essenziali quando la rete è congestionata.


Un progetto da miliardi di euro

Il calendario prevede l’inizio della realizzazione nel 2030 e il completamento dei collegamenti tra i diversi Paesi entro il 2036. Secondo i dati riportati nell’analisi di Strand Consult, la Commissione europea valuta in 3,571 miliardi di euro il costo diretto dell’Euccs.

A questa cifra si aggiungerebbero altri 12,667 miliardi per l’adeguamento nazionale alle comunicazioni critiche a banda larga nell’arco di sette anni. Si tratta di un programma distinto dalla sostituzione degli apparati considerati rischiosi: i due importi non possono quindi essere sommati come se descrivessero lo stesso intervento.


Fornitori ad alto rischio nel mirino

Il progetto per le comunicazioni critiche escluderebbe i fornitori ad alto rischio non solo dal cuore del sistema, ma anche da «qualsiasi altra risorsa ICT chiave». La formula lascia aperta una questione importante: le limitazioni potrebbero estendersi oltre gli apparati di rete e comprendere programmi informatici, servizi di calcolo remoto e ulteriori componenti indispensabili.

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La portata concreta del divieto dipenderà anche dal negoziato sul Cybersecurity Act 2, la revisione delle norme europee sulla sicurezza digitale. La proposta della Commissione mira a proteggere le catene di fornitura in 18 comparti strategici e a ridurre la presenza di aziende considerate ad alto rischio, tra cui Huawei. L’impresa cinese ha sempre respinto l’accusa che i propri prodotti possano costituire una minaccia per la sicurezza.


L’Italia tra i Paesi più esposti

La sostituzione degli apparati già presenti avrebbe un impatto distribuito in modo molto diverso tra gli Stati. In Italia, gli operatori indicati come maggiormente coinvolti sono Vodafone e Wind Tre; Germania, Italia e Spagna, nel loro insieme, raccolgono più della metà delle apparecchiature destinate al ricambio.

La valutazione della Commissione europea colloca il costo complessivo della sostituzione tra 3,4 e 4,3 miliardi di euro l’anno per tre anni, includendo anche i normali rinnovi delle infrastrutture. Le società del settore hanno prospettato uno scenario assai più oneroso: in una lettera diffusa a settembre, Timotheus Höttges, amministratore delegato di Deutsche Telekom, e altri sedici dirigenti hanno indicato un possibile esborso fino a 40 miliardi di euro, con il rischio di ridurre gli investimenti in fibra, 5G e 6G.


Tempi più flessibili per il ricambio

La distanza tra le due stime dipende anche dal metodo utilizzato: quella comunitaria è una previsione ufficiale, mentre i 40 miliardi rappresentano il limite superiore indicato dagli operatori. Strand Consult sostiene inoltre che l’esposizione rimasta sia concentrata in un numero ristretto di reti, anche perché alcuni gestori hanno continuato a servirsi di fornitori ad alto rischio dopo gli avvertimenti europei e il 5G Toolbox del 2019.

Il 29 settembre Reuters ha riferito che i governi dell’Unione intendono attenuare il calendario inizialmente proposto. La bozza negoziale elimina il termine obbligatorio di 36 mesi per la dismissione degli apparati: la durata della transizione dovrebbe essere stabilita valutando il rischio, la vita utile delle infrastrutture, l’interoperabilità e l’esistenza di alternative adeguate. Prima di entrare in vigore, il testo dovrà essere concordato con il Parlamento europeo.

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