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Attualità 3 min di lettura15 ott

Leone XIV, la cura dipende dai test: cosa può succedere ora

L’analisi del tessuto rimosso chiarirà il profilo del tumore e orienterà la scelta tra terapia mirata, immunoterapia e chemioterapia.

La decisione sulle prossime cure per Papa Leone XIV passerà dall’esame del tessuto prelevato durante l’intervento. In genere, per completare l’analisi genetica e molecolare servono circa una settimana lavorativa: il risultato consentirà di capire se esistono alterazioni utili a indirizzare il trattamento e di stimare meglio il pericolo di una ricomparsa della malattia.

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La chemioterapia resta un’opzione

Tra i percorsi possibili c’è la chemioterapia, normalmente organizzata in quattro somministrazioni distanziate di 21 giorni. Può provocare una riduzione delle difese immunitarie, nausea e vomito; secondo Marcello Tiseo, ordinario di oncologia e primario all’ospedale di Parma, il suo effetto preventivo risulta generalmente meno marcato rispetto ad altre strategie.

Il medico ha spiegato che l’associazione con l’immunoterapia può aumentare del 20% l’efficacia della chemio. Risultati ancora più favorevoli, sempre in base alle caratteristiche del tumore, possono arrivare con una terapia mirata contro specifiche alterazioni molecolari.


Il profilo molecolare decide

L’adenocarcinoma rappresenta la forma più comune di tumore ai polmoni. Non tutti i casi, però, sono uguali: gli specialisti cercano eventuali modifiche di EGFR, ALK, KRAS e ROS1, perché ciascun profilo può richiedere una strategia diversa.

La presenza o l’assenza di cellule maligne nei linfonodi è un altro elemento decisivo. Se la malattia è stata individuata in fase iniziale e non ha raggiunto queste strutture, l’intervento può essere considerato risolutivo, seguito soltanto da controlli periodici nel tempo. Qualora invece emergano cellule non visibili agli esami radiologici, si possono valutare trattamenti adiuvanti per ridurre il rischio di recidiva.


Pillole e immunoterapia

Nel 10-15% circa degli adenocarcinomi viene rilevata una mutazione di EGFR. In questa situazione è possibile ricorrere a un farmaco biologico orale, assunto ogni giorno per tre anni, capace di agire sul recettore alterato delle cellule tumorali. Tra gli effetti indesiderati indicati figurano diarrea e problemi cutanei.

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Un’altra alterazione riguarda ALK e interessa circa il 4-5% dei casi. Anche in questo caso esiste una terapia mirata in compresse, prevista per due anni, che può causare disturbi gastrointestinali e gonfiore. Sono trattamenti preventivi disponibili soltanto da pochi anni.

La terza strada considerata dagli specialisti è l’immunoterapia. Prima di iniziarla possono essere necessari tre o quattro cicli di chemioterapia, ciascuno a distanza di 21 giorni; l’accesso a questa cura dipende anche dalla quantità di proteina PD-L1 presente nel tumore, un indicatore rilevato nel 25-30% circa degli adenocarcinomi.

Il farmaco agisce impedendo a PD-L1 di frenare il sistema immunitario, che può così riconoscere e attaccare le cellule malate. La somministrazione avviene per via endovenosa o sottocutanea ogni 21 giorni, in genere per un anno; tra i possibili effetti collaterali ci sono diarrea, variazioni della funzione tiroidea e prurito.


Il recupero dopo l’intervento

Nel frattempo Robert Francis Prevost ha iniziato la fisioterapia respiratoria e ha ripreso a camminare nella stanza. La permanenza in ospedale è stimata in circa una settimana, secondo quanto riferito dal direttore della Sala stampa vaticana.

Il Pontefice avrebbe inoltre espresso il desiderio di partecipare alla visita in Sud America programmata per l’inizio di novembre. La possibilità di rispettare quell’impegno dipenderà dal recupero e, soprattutto, dai risultati degli esami che stabiliranno se e quali terapie aggiuntive saranno necessarie.

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