Regeni, oggi il verdetto: cosa può cambiare dopo dieci anni di attesa
La Corte d’Assise di Roma decide sul caso del ricercatore italiano: quattro agenti egiziani sono imputati, ma nessuno di loro ha mai partecipato al processo.
La decisione attesa da una famiglia e da un intero Paese arriva oggi, 28 settembre 2026, davanti alla Corte d’Assise di Roma. I giudici devono pronunciarsi in primo grado sul rapimento, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo nel gennaio 2016 e ritrovato senza vita pochi giorni dopo.
Sul procedimento pesa ancora l’assenza degli imputati, tutti appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. La Procura di Roma ha sollecitato l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e sei mesi per ciascuno degli altri tre accusati.
Il verdetto atteso dopo dieci anni
Per Sharif, maggiore indicato dall’accusa come coinvolto direttamente nelle violenze e nell’uccisione, le contestazioni comprendono il sequestro di persona pluriaggravato, le lesioni personali aggravate e l’omicidio aggravato, commesso insieme ad altre persone rimaste ignote. Il militare sarebbe stato visto nel commissariato del Cairo dove Regeni sarebbe stato condotto dopo un fermo non ufficiale.
Gli altri imputati sono il generale Tariq Sabir, considerato il più alto in grado, e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi. Il primo è stato indicato come collegamento con il sindacalista Said Abdallah; Helmi, invece, sarebbe stato coinvolto nelle perquisizioni nell’abitazione di Regeni e avrebbe poi fatto parte del gruppo investigativo italo-egiziano. Prima dell’ingresso in aula, l’avvocata Alessandra Ballerini ha sintetizzato così l’attesa: «Stare qui è vittoria ma non ci accontentiamo».
Roma chiede anche il risarcimento
Nel processo si è costituito parte civile anche il governo italiano. L’Avvocatura dello Stato ha domandato due milioni di euro di risarcimento, sostenendo che la vicenda abbia leso non soltanto Regeni, ma anche il diritto dell’Italia a proteggere i propri cittadini che si trovano fuori dai confini nazionali.
Un’eventuale condanna potrebbe aprire un ulteriore fronte nei rapporti tra Roma e Il Cairo. Trattandosi di funzionari pubblici egiziani, l’accertamento di una loro responsabilità potrebbe sollevare anche la questione dei danni imputabili allo Stato egiziano. Se il verdetto diventasse definitivo, l’Italia dovrebbe chiederne l’esecuzione alle autorità del Cairo, un passaggio ritenuto però molto difficile da realizzare.
Il processo è stato sbloccato dalla Consulta
Il procedimento ha rischiato di fermarsi proprio per la mancata presenza degli imputati. Il 25 maggio 2021 il gup Pierluigi Balestrieri li aveva rinviati a giudizio, ma nell’ottobre dello stesso anno la Corte d’Assise dovette interrompere il dibattimento perché non era possibile provare che i quattro avessero avuto piena conoscenza dell’accusa e del processo.
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Dopo la sospensione disposta dal gup nell’aprile 2022, la Procura ricorse in Cassazione senza ottenere l’esito sperato. Gli atti arrivarono quindi alla Corte costituzionale, che il 27 settembre 2023 stabilì che l’irreperibilità degli imputati non poteva bloccare indefinitamente un procedimento relativo a gravi violazioni dei diritti fondamentali. Da quel momento il processo ha potuto riprendere.
Dalla scomparsa alle richieste finali
La vicenda era iniziata il 25 gennaio 2016, quando si persero le tracce di Regeni nei pressi di piazza Tahrir, al Cairo. Il suo corpo venne trovato il 3 febbraio lungo la strada verso Alessandria d’Egitto: le successive verifiche descrissero fratture, lividi, bruciature e numerosi altri segni di tortura. Il 4 febbraio Khaled Shalabi, direttore dell’Amministrazione generale delle indagini, escluse inizialmente che il giovane fosse stato vittima di violenza.
Il giorno successivo la Procura di Roma aprì un fascicolo e il 7 febbraio la salma rientrò in Italia. Una seconda autopsia confermò le torture. Per i genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, assistiti dall’avvocata Alessandra Ballerini, cominciò allora una lunga battaglia per ottenere «verità e giustizia».
La cooperazione con le autorità egiziane proseguì tra richieste di atti e numerose difficoltà. Il 14 aprile 2016 Roma inviò una rogatoria internazionale per acquisire i tabulati telefonici di 13 persone, filmati e testimonianze. Durante un incontro tra magistrati dei due Paesi, nel settembre successivo, emerse inoltre che Regeni era stato sottoposto a sorveglianza; gli impegni a consegnare la documentazione, tuttavia, non portarono a una collaborazione stabile.
Il 4 dicembre 2018 cinque cittadini egiziani furono iscritti nel registro degli indagati per concorso nel sequestro. Nel frattempo il caso approdò anche sul piano parlamentare: il 30 aprile 2019 la Camera approvò la creazione di una Commissione d’inchiesta. L’ultimo passaggio prima della sentenza è arrivato il 23 giugno 2026, con le richieste formulate dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco: carcere a vita per Sharif e 17 anni e sei mesi per Sabir, Ibrahim e Helmi.
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