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Attualità 4 min di lettura2 ott

Quote CO₂, l’Europa si divide: chi paga davvero la transizione

Roma e Praga chiedono di alleggerire il sistema Ets, mentre i Paesi che hanno già investito nella riconversione difendono le regole attuali.

Il contrasto sul costo della transizione energetica attraversa ormai l’industria europea. Da una parte ci sono aziende che hanno puntato su rinnovabili, elettrificazione e nuove tecnologie; dall’altra, impianti pesanti ancora legati a carbone e gas rischiano di subire un forte aumento della spesa per le emissioni. In mezzo si colloca il confronto politico sul sistema Ets, che l’Italia vuole modificare in profondità.


La transizione premia chi si è mosso

Un esempio del cambio di rotta arriva dalla Danimarca. Ørsted, che fino al 2017 operava con il nome Dong, era fortemente esposta a carbone e gas; in seguito ha riconvertito le proprie attività concentrandosi su idrogeno, energia eolica e sistemi per catturare l’anidride carbonica.

In Svezia, Stegra, nata nel 2020 con la precedente denominazione H2 Green Steel, punta invece a realizzare acciaio con emissioni nulle o molto contenute. Il progetto mira a ridurre fino al 95% la CO₂ rispetto ai cicli basati sugli altiforni a carbone. Dopo difficoltà tecniche e ritardi nella raccolta dei capitali, a giugno 2026 l’impresa ha ottenuto 1,4 miliardi di euro di finanziamento, con Wallenberg Investments alla guida dell’operazione.


Anche l’acciaio italiano resta esposto

Il quadro nazionale è più articolato di quanto suggerisca lo scontro politico. In Italia esistono produzioni siderurgiche che sfruttano forni elettrici ad arco, rottami recuperati e fonti rinnovabili per contenere l’impronta climatica, come la linea Lumen di Acciaierie Venete. Il Paese, inoltre, occupa una posizione di rilievo nel riciclo dei rottami.

Il gruppo Arvedi utilizza soprattutto materiale ferroso riciclato e combina forni elettrici con una tecnologia brevettata capace di ridurre del 45% il consumo energetico rispetto alla laminazione tradizionale. La sua intensità carbonica è scesa a circa 100-133 chilogrammi di CO₂ per tonnellata d’acciaio, ma le emissioni degli impianti superano comunque la quantità di quote gratuite assegnate. L’azienda deve quindi acquistare sul mercato i permessi necessari a coprire la differenza.


Roma cerca alleati contro l’Ets

È in questo contesto che Giorgia Meloni e Andrej Babis stanno preparando una posizione comune da sottoporre al Consiglio europeo di metà ottobre. Il documento già trasmesso alla Commissione europea chiede interventi temporanei per contenere l’effetto dei permessi sul prezzo dell’energia, una distribuzione più flessibile delle quote senza costo ai comparti ad alta intensità energetica e un rinvio dell’Ets 2, il meccanismo destinato a trasporti stradali ed edifici, oggi previsto dal 2028.

Tra le ipotesi figura anche il ricorso alla Riserva di stabilità del mercato per ridurre la pressione sulle quotazioni della CO₂. Meloni ha descritto il pacchetto come composto da “proposte concrete, attuabili, di buon senso”, auspicando il sostegno di altri governi. In Italia, tuttavia, la richiesta di fermare il sistema è arrivata anche dal mondo produttivo: Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha sostenuto che l’Ets “ha distrutto diverse tipologie di settori, deve essere bloccato”, mentre Emanuele Orsini e Federacciai hanno espresso critiche altrettanto dure.

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Sette mesi di scontro europeo

La frattura tra gli Stati membri si è manifestata già a marzo, quando Roma ha chiesto formalmente una sospensione completa e temporanea dell’Ets. Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo si sono opposti, difendendo il mercato della CO₂ come elemento essenziale della decarbonizzazione. Secondo questi governi, la riforma dovrebbe renderlo più solido e meno vulnerabile alla speculazione finanziaria.

Le loro industrie hanno sostenuto investimenti rilevanti nelle energie rinnovabili e nell’elettrificazione. Un congelamento delle regole, quindi, potrebbe penalizzare proprio le imprese che hanno anticipato la trasformazione. A luglio, un gruppo guidato da Italia e Polonia ha comunque presentato una dichiarazione d’emergenza, chiedendo di rivedere i criteri per le quote gratuite e l’impatto sociale dell’Ets 2; al documento hanno aderito anche Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia e Romania.


Berlino e Parigi restano prudenti

Austria e altri Paesi con una manifattura energivora temono che il rincaro della CO₂ riduca la competitività delle imprese. Per questo chiedono una revisione sostanziale dell’Ets o, in alcuni casi, la sua sospensione. Germania e Francia, invece, sollecitano correttivi per attenuare i picchi dei costi energetici senza unirsi alla richiesta italiana di una rottura completa.

Sul piano industriale, però, le posizioni si sono avvicinate. A luglio 2026 Bdi, Confindustria e Medef hanno firmato insieme, per la prima volta, una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen per chiedere una revisione profonda del meccanismo. Nei comparti più difficili da decarbonizzare, come acciaio, chimica, cemento e ceramica, molti stabilimenti di Italia, Polonia e Repubblica Ceca dipendono ancora da tecnologie tradizionali.


Il conto per l’acciaio può raddoppiare

La progressiva diminuzione delle quote gratuite rischia di amplificare la spesa dei produttori. Eurofer ha calcolato che, per l’industria siderurgica, il costo dei permessi potrebbe passare da 3,4 miliardi di euro a 8,2 miliardi di euro nel 2031.

Sotto la pressione delle associazioni industriali, il 16 settembre il Consiglio dell’Unione europea ha definito la propria posizione negoziale sulla riforma dell’Ets, mettendo a disposizione altri 121 milioni di quote gratuite per il periodo 2026-2030. Una risposta che, secondo Meloni, non basta: intervenendo in videocollegamento alla seconda edizione di Oltre le Radici, evento annuale de Il Gazzettino, la premier ha affermato che la revisione approvata è “totalmente insufficiente” e che l’Italia non può più permettersi di attendere.

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