Quirinale 2029: Casini si sfila e il toto-nomi prende forma
La rinuncia alla candidatura dopo 44 anni in Parlamento rilancia l’ipotesi Casini per il Colle e apre il confronto tra possibili candidati di centrodestra e centrosinistra.
La partita per il Quirinale del 2029 non è ancora ufficialmente iniziata, ma la rinuncia di Pierferdinando Casini a una nuova candidatura in Parlamento ha già prodotto i primi ragionamenti sulla successione al capo dello Stato. Dopo 44 anni nelle istituzioni, l’ex presidente della Camera potrebbe aver scelto di uscire di scena soltanto in apparenza.
Il suo nome viene infatti considerato una possibile soluzione di equilibrio tra schieramenti diversi. Molto dipenderà, però, dall’esito delle prossime elezioni politiche e dai numeri che il nuovo Parlamento consegnerà alle coalizioni.
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Casini lascia il Parlamento, non la partita
Negli ultimi due mandati Casini era stato eletto al Senato nelle liste del Pd, dopo una lunga esperienza nell’area centrista e l’alleanza politica con Silvio Berlusconi. La mancata ricandidatura può quindi essere letta come un nuovo spostamento verso il centro, dopo l’ultima stagione trascorsa nelle file del centrosinistra.
A rafforzare questa interpretazione sono anche le parole pronunciate da Casini sulla presidente del Consiglio. Intervistato dal Corriere, ha riconosciuto a Giorgia Meloni una notevole solidità e la capacità di sostenere l’intera coalizione. Un giudizio che, secondo le letture circolate negli ambienti parlamentari, potrebbe aiutarlo a presentarsi come una figura non legata esclusivamente alla sinistra.
L’ex presidente della Camera ha comunque ricordato che «al Quirinale non ci si candida ma si viene eletti». La sua uscita dal Parlamento è stata interpretata ugualmente come una possibile mossa in vista del 2029, anche se il percorso resta tutt’altro che definito.
I numeri decideranno il prossimo Colle
La composizione delle Camere sarà determinante. Se una coalizione dovesse raggiungere il 42% dei consensi, secondo lo scenario delineato nel testo, potrebbe disporre dei voti necessari per eleggere da sola il nuovo presidente della Repubblica. In caso contrario, sarebbe indispensabile cercare un’intesa più ampia.
È proprio in una situazione senza una maggioranza autosufficiente che una candidatura come quella di Casini potrebbe acquistare peso. La sua storia politica attraversa aree diverse e, almeno nelle intenzioni di chi lo considera in corsa, potrebbe renderlo accettabile sia al centrodestra sia a un eventuale campo largo.
A destra i nomi restano incerti
Tra le figure del centrodestra viene citato Antonio Tajani. Per puntare al Quirinale dovrebbe però lasciare la guida di Forza Italia, passaggio che potrebbe avvenire dopo le elezioni. In caso di vittoria della coalizione, inoltre, il suo profilo potrebbe essere richiesto per un incarico di governo o istituzionale; la presidenza del Senato sarebbe una delle possibili tappe prima di un eventuale salto al Colle.
A pesare sul suo nome, secondo le valutazioni riportate, sono alcune uscite pubbliche recenti, compresa la polemica sulle gonne delle donne. Per questo Casini, sul piano dell’equilibrio tra gli schieramenti, viene ritenuto da alcuni osservatori più attrezzato.
Gianfranco Fini è invece tornato a occupare spazio nel dibattito pubblico, anche con posizioni di sostegno a Giorgia Meloni e con il richiamo a una destra riformatrice e liberale. La sua esperienza istituzionale sarebbe adeguata, ma restano le ferite dello scontro con Silvio Berlusconi e la vicenda della casa di Montecarlo, elementi che rendono ancora necessario un pieno riavvicinamento alla sua area politica.
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Tra gli altri nomi compare Marcello Pera, già presidente del Senato. Negli ultimi anni ha attenuato i toni più intransigenti del passato, tornando a intervenire su temi come la legge elettorale. Nel quadro viene ricordato anche Giulio Tremonti, sebbene al momento la sua candidatura appaia meno sostenuta rispetto a quella di Casini.
A sinistra abbondano le alternative
Nel centrosinistra Pierluigi Bersani continua a essere una presenza pubblica, pur non ricoprendo più incarichi politici attivi. Il suo nome circola anche per la guida di un possibile campo largo e, in caso di vittoria della coalizione, potrebbe diventare una figura di garanzia sia per il Movimento 5 Stelle sia per i settori moderati del Pd.
Pierluigi Castagnetti rappresenta un’altra ipotesi legata alla tradizione della sinistra democristiana e al percorso istituzionale associato a Sergio Mattarella. Le sue critiche alla direzione ritenuta troppo spostata a sinistra da Elly Schlein, tuttavia, potrebbero ridurne il consenso all’interno del partito.
Rosy Bindi viene considerata per il curriculum e per la possibilità di eleggere una donna al Quirinale. Di recente ha criticato la legge elettorale e ha invitato Schlein e Giuseppe Conte a mettere da parte le primarie, favorendo una figura di sintesi come Bersani.
La sua candidatura potrebbe però incontrare un ostacolo proprio nell’eventuale ascesa di Schlein a Palazzo Chigi. Se la segretaria del Pd diventasse presidente del Consiglio, gli alleati potrebbero non accettare che anche il Quirinale venisse affidato a un esponente dello stesso partito. In quel caso potrebbe tornare a essere valutato Giuseppe Conte, per il quale il Colle costituirebbe un’alternativa alla guida del governo.
Paolo Gentiloni completa il gruppo dei nomi più citati: è commissario europeo, ha guidato il governo ed è stato ministro degli Esteri. Il suo profilo potrebbe incontrare l’opposizione del Movimento 5 Stelle, ma anche raccogliere consensi nell’area opposta.
Draghi e Monti solo in caso di stallo
Se dalle elezioni emergesse un sostanziale pareggio e si rendessero necessari governi sostenuti da forze diverse, potrebbero riapparire le candidature di Mario Draghi e Mario Monti. Entrambe restano però legate a uno scenario considerato, almeno per ora, piuttosto lontano.
La corsa al Quirinale è dunque ancora prematura, ma il primo segnale è già arrivato: Casini lascia aperta la porta del Parlamento mentre il suo nome comincia a circolare per il Colle.
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