Quando il numero diventa il traguardo: il lato oscuro dei record
Dalle imprese più assurde alle classifiche quotidiane, il successo del Guinness mostra quanto le metriche possano finire per sostituire il valore delle cose.
Un’arancia spinta con il naso per 1,5 chilometri in 22 minuti e 41 secondi, una pila di lavatrici, 46 sedili del water distrutti con la testa in un minuto: i primati più bizzarri sembrano inutili, ma continuano ad attirare attenzione. Il motivo potrebbe essere meno curioso di quanto appaia: davanti a un numero preciso, il caos del mondo sembra improvvisamente ordinato.
Il Guinness dei primati ha costruito la propria fortuna proprio su questa promessa. Ogni anno vende 3 milioni e mezzo di copie e riceve circa 36.000 candidature per nuovi record. Il suo successo, però, racconta anche una trasformazione più ampia: sempre più spesso non inseguiamo qualcosa perché abbia valore, ma perché può essere contato, confrontato e superato.
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Il record che diventa merce
La certificazione non è più l’unica attività del Guinness. Accanto al volume esiste oggi un sistema commerciale composto da eventi, programmi televisivi, visite organizzate e servizi destinati alle aziende. Una divisione specializzata aiuta i marchi a progettare imprese da trasformare in occasioni promozionali, mentre i giudici ufficiali vengono inviati sul posto per controllare lo svolgimento delle prove.
Per una simile consulenza, Guinness può chiedere 330.000 dollari. Nel 2013 queste attività valevano il 20% dei ricavi, secondo il periodico Vox; oggi la quota è salita al 50%. Nascono così iniziative come la più ampia coreografia realizzata con automobili, attribuita a Nissan, o il tentativo di preparare la pizza più lunga del mondo da parte di Domino’s Pizza. Il marchio non si limita a registrare l’impresa: spesso contribuisce a idearla e a renderla possibile.
Il fenomeno si collega alla riflessione del filosofo C. Thi Nguyen nel libro “Il punteggio”. Una metrica semplice e comparabile può finire per prendere il posto del valore che dovrebbe soltanto misurare: è il meccanismo chiamato “cattura del valore”. La posizione di un ateneo in una graduatoria diventa così una sintesi della sua qualità, mentre il numero di seguaci viene usato per giudicare la creatività di un artista.
Nel caso dei primati, la dinamica è evidente. Nessuno ha una necessità concreta di impilare M&M’s, indossare cento magliette in un minuto o mangiare più hot dog possibile in dieci minuti. L’esistenza di una soglia da superare, però, trasforma un gesto privo di utilità in un obiettivo dotato di significato e spinge aziende e individui a investire tempo, denaro ed energie.
Regole severe dietro l’assurdo
Il Guinness nacque quasi per caso. Nel 1951 Sir Hugh Beaver, alla guida della birreria Guinness di Dublino, durante una battuta di caccia mancò un uccello e si mise a discutere con i compagni su quale fosse il volatile più veloce d’Europa. Non riuscendo a trovare una risposta, coinvolse i giornalisti gemelli Norris e Ross McWhirter, appassionati di dati e classificazioni.
La prima edizione uscì nel 1955 e doveva essere un semplice omaggio per i pub che servivano la birra Guinness. Invece il libro divenne un fenomeno internazionale. Per chi ottiene l’inserimento, il riconoscimento rappresenta una forma di permanenza nella storia, anche quando l’impresa certificata consiste nell’annusare oltre 5.600 piedi e ascelle o nel saltare sei taxi consecutivi con un saltarello a molla.
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La selezione non si basa sul disordine, ma su procedure minuziose. Un primato deve poter essere misurato, controllato e ripetuto. In passato era indispensabile la presenza di un giudice durante il tentativo: per questo Mick Meaney non fu inserito nel libro, nonostante nel 1968 avesse trascorso 61 giorni dentro una bara sotterrata, respirando attraverso un’apertura e ricevendo alimenti tramite un tubo.
Oggi la procedura comincia con una candidatura inviata via internet. Se la proposta viene accettata, il partecipante riceve istruzioni dettagliate sulle modalità della prova, sui criteri di misurazione e sui documenti da raccogliere, comprese le riprese video. Una casa di carte alta 75 metri o una qualunque altra stranezza entrano così nell’archivio solo dopo aver ottenuto un sigillo di autenticità.
Il monopolio non è più garantito
La formula è stata ripresa da piattaforme come RecordSetter, che raccolgono prestazioni ancora più eccentriche: dalla rimozione più rapida delle decorazioni di un albero di Natale al soggiorno più lungo dentro un sacchetto di carta, fissato a 299 minuti. In questi spazi il concetto di primato viene allargato ben oltre i confini tradizionali del Guinness.
Anche YouTube ha cambiato il modo in cui vengono consumate le imprese spettacolari. Il canale Dude Perfect pubblica con cadenza settimanale sfide come un tiro a canestro dal tetto di un grattacielo e raccoglie più visualizzazioni del canale del Guinness. La differenza è significativa: spesso non ci sono giudici indipendenti né procedure comparabili, ma la partecipazione del pubblico è enorme.
Il fascino dei record, dunque, non dipende soltanto dalla loro utilità o dalla loro difficoltà. Ci attirano perché rendono visibile una logica che incontriamo ogni giorno: i passi registrati da un contapassi, le ore di sonno controllate dall’orologio intelligente, i seguaci e i “mi piace” sui social. La stessa ossessione per la classifica passa dall’impresa assurda alla vita ordinaria.
Nel Guinness questa tendenza appare in forma spettacolare. Il gesto viene ridotto a un risultato, il risultato a una cifra e la cifra a un traguardo. Per questo quelle prove stravaganti funzionano come uno specchio: mostrano quanto facilmente una misura nata per descrivere la realtà possa diventare l’obiettivo principale, fino a farci dimenticare perché avevamo cominciato.
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