Pd, la svolta degli “incazzati” lascia campo libero a Meloni
La nuova linea di Elly Schlein avvicina il Partito democratico al populismo e indebolisce la capacità della sinistra di leggere la violenza giovanile.
La violenza nelle piazze rischia di diventare un vantaggio politico per Giorgia Meloni. In un anno elettorale, la presidente del Consiglio potrebbe presentarsi come l’unica figura pronta a difendere la risposta dello Stato contro i disordini, mentre la sinistra appare concentrata soprattutto sulle proprie dinamiche interne. Il risultato è una combinazione favorevole alla destra: più facile invocare l’ordine e più semplice rinviare gli interventi sui problemi reali delle nuove generazioni.
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Schlein e Conte sullo stesso terreno
La trasformazione del Partito democratico sotto la guida di Elly Schlein porta il partito verso una sinistra di impronta populista. L’idea che emerge è quella di una formazione schierata con gli “incazzati”, anche a costo di sacrificare un linguaggio politico più misurato. È una scelta che richiama l’impostazione di Maurizio Landini, descritto come leader della protesta più che come costruttore di una proposta.
In questo quadro, il confronto tra Schlein e Giuseppe Conte perde gran parte della sua rilevanza politica. Se entrambi rappresentano la stessa area populista, le primarie rischiano di ridursi a una contesa tra strutture organizzate e gruppi di sostenitori. A mancare è una candidatura capace di incarnare una sinistra di governo e di offrire un’alternativa riformista riconoscibile.
Il Pd rinuncia alla cultura riformista
L’assemblea nazionale del Pd, invece di affrontare apertamente ciò che sta accadendo nelle piazze, è stata utilizzata per ricomporre i contrasti interni e ridimensionare dissensi e malumori. Sul piano programmatico sono arrivate anche promesse di ingenti risorse a favore degli italiani, ma senza un’analisi pubblica della nuova violenza giovanile da parte della segretaria o degli altri dirigenti.
Quella scelta è il segnale di un passaggio più ampio: il partito sembra allontanarsi dalla tradizione riformista per approdare in una zona politica indistinta, dove il popolo viene considerato sempre nel giusto e gli avversari sono dipinti come un unico establishment ostile. La rabbia diventa così una scorciatoia: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, con la promessa di distribuire risorse senza affrontare la complessità dei problemi.
La violenza non è una nuova ideologia
Il disagio sociale esiste, ma non può essere confuso con il nichilismo di chi distrugge negozi e ruba capi firmati. Walter Veltroni ha sostenuto che “c’è un malessere di questi giorni che va interpretato”, ma proprio questa interpretazione dovrebbe evitare spiegazioni sociologiche automatiche e sensi di colpa generici.
Secondo questa lettura, la sinistra non dispone più degli strumenti culturali per riconoscere la novità del fenomeno. A incidere sarebbero messaggi propagati attraverso i social, alimentati dalla demagogia e attribuiti anche a centri di influenza come Elon Musk o Vladimir Putin. Ne deriva una sorta di miscela tecnopolitica capace di erodere razionalità, cultura, senso dell’ordine e capacità di giudizio.
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Dalle proteste agli attacchi di piazza
Il movimento degli studenti era nato da ragioni considerate fondate, ma sarebbe stato rapidamente travolto dagli elementi più violenti. Il suo profilo resta incerto e le sue dimensioni non sembrano quelle di una mobilitazione di massa; tuttavia, secondo questa ricostruzione, dovrebbe recuperare uno spazio autonomo prima occupato dai teppisti.
Il paragone con le proteste politiche del passato non regge. Non ci sono il ragionamento del Sessantotto né la conflittualità organizzata dell’autunno caldo: la violenza sembra diventare il fine, accompagnata da un’immagine dell’assalto quasi militarizzata. Al posto delle categorie teoriche di Herbert Marcuse compare TikTok, con slogan come “C’è il bordello, brò”.
Anche il riferimento alle periferie difficili non può trasformarsi in un’assoluzione. Gli operai milanesi degli anni Cinquanta vivevano condizioni più dure, ma reagivano attraverso il sindacato e non con la devastazione delle vetrine. Il paragone con i teppisti parigini e con i giovani milanesi responsabili dei saccheggi può quindi suggerire una continuità della violenza urbana, ma non cancella la differenza tra protesta organizzata e predazione.
Ricostruire una sinistra razionale
Il riformismo internazionale ha compreso tardi che il mondo non è più quello descritto da Stefan Zweig: non basta affidarsi alla crescita progressiva, alla tecnocrazia di Emmanuel Macron, all’illuminismo scandinavo, all’ottimismo di Barack Obama o al pragmatismo renano. Molte convinzioni maturate dagli anni Novanta devono essere ripensate alla luce dei cambiamenti politici e sociali intervenuti.
Alla sinistra spetterebbe il compito di ricostruire una razionalità oggi indebolita, senza separare questo obiettivo da battaglie concrete e credibili. La contrapposizione tra comprensione del disagio e condanna della violenza deve restare netta. Sergio Mattarella lo ha ricordato chiedendo di capire e, nello stesso tempo, condannare “violenze che emergono in modo inatteso, da soggetti inediti”.
La difficoltà del Pd sta proprio nel non distinguere più con sufficiente chiarezza ciò che è giusto da ciò che non lo è. Se la sinistra si limita a inseguire la rabbia, la destra potrà presentarsi come l’unico argine al disordine. E la svolta populista del partito di Schlein rischierà di consegnarle un ulteriore vantaggio.
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