Putin dietro Milano? D’Orsi attacca la teoria: cosa non torna
Lo storico respinge l’ipotesi di regia russa sulle proteste e legge le piazze come il segnale di un disagio sociale sempre più profondo.
Il riferimento a Vladimir Putin come possibile organizzatore delle proteste milanesi viene respinto da Angelo d’Orsi, che considera questa spiegazione priva di basi concrete. Intervenuto a Battitori liberi su Radio Cusano, lo storico ha criticato le letture rilanciate da Maurizio Molinari e dal ministro della Difesa Guido Crosetto, separando le violenze dal malessere che spinge molti giovani a scendere in piazza.
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La regia russa non convince
La discussione è partita dalle parole di Molinari a Tagadà, dove l’ex direttore di Repubblica aveva collegato anche l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio alla responsabilità di Putin. Sollecitato da Gianluca Fabi, d’Orsi ha contestato questo modo di interpretare gli avvenimenti e ha ricordato che, secondo lui, l’attribuzione sistematica di ogni crisi alla Russia prosegue almeno dal 2014.
Per lo storico, prima di accettare una notizia occorre esaminarne l’origine, il soggetto che la diffonde e gli interessi che può rappresentare. Applicando questo metodo alle ipotesi di guerra ibrida, ha giudicato poco credibile l’idea che il Cremlino possa dirigere disordini tanto diversi e distribuiti in numerosi Paesi.
D’Orsi ha respinto anche il ricorso generico agli algoritmi di TikTok e YouTube come spiegazione alternativa. A suo giudizio, quando mancano prove verificabili si finisce per attribuire agli strumenti digitali un ruolo capace di sostituire le evidenze.
Propaganda e manganelli
Per descrivere il rapporto tra consenso e repressione, d’Orsi ha richiamato Antonio Gramsci. Il senso comune, ha spiegato, si forma anche attraverso messaggi ripetuti dai mezzi di comunicazione e assorbiti senza un esame critico; da anni, a suo parere, l’opinione pubblica viene indirizzata verso l’idea che i russi siano aggressivi e pronti ad attaccare.
La formula scelta dallo storico è netta: «Ci hanno imbottito i crani», mentre quegli stessi crani vengono poi colpiti con il manganello. Il riferimento è alle immagini degli scontri registrati durante le manifestazioni, che d’Orsi interpreta come la combinazione di una persuasione indiretta e di una risposta fisica da parte delle forze dell’ordine.
Riprendendo un’osservazione di Savino Balzano, secondo cui la narrazione sull’onnipresenza di Putin rischia di diventare grottesca, d’Orsi ha sostenuto che quel meccanismo starebbe perdendo efficacia. La sua sintesi è stata: «Il re è nudo», perché un numero crescente di persone non accetterebbe più spiegazioni considerate semplicistiche.
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La piazza racconta il disagio
Lo storico ha distinto gli episodi di violenza dalle ragioni che portano gli studenti a manifestare. Ha ricordato che ogni rivolta può attirare persone intenzionate a creare disordine, ma questo non cancellerebbe il significato delle mobilitazioni né la condizione di chi denuncia esclusione e difficoltà economiche.
D’Orsi ha difeso con decisione i giovani in piazza, rifiutando etichette come quella degli “sdraiati” o dei bamboccioni. Ha invece descritto una generazione che, secondo la sua lettura, non protesta soltanto per il futuro ma per la perdita di opportunità nel presente.
Nel confronto con le mobilitazioni viste in Francia e Spagna, lo storico ha individuato un elemento comune nel rifiuto delle condizioni materiali attuali, non in una regia russa. A sostegno della sua tesi ha raccontato un incontro in Calabria con agricoltori e autotrasportatori impegnati nei blocchi: un produttore gli avrebbe riferito di vendere i pomodori a 10 centesimi al chilo, mentre al mercato lo stesso prodotto arrivava a 6,5 euro.
La guerra e l’ipotesi negoziale
Nella parte finale dell’intervista, la discussione si è spostata sul conflitto in Ucraina. D’Orsi ha indicato come possibile via d’uscita un’intesa tra Donald Trump e Vladimir Putin, chiedendo ai governi europei di non ostacolare il negoziato promosso dall’ex presidente statunitense.
Durante il suo recente viaggio in Russia, lo storico ha parlato con candidati e rappresentanti di partito incontrati nei seggi. Secondo il suo racconto, tutti avrebbero espresso il desiderio che la guerra con l’Ucraina arrivasse alla conclusione, in un Paese dove il consenso verso Putin resterebbe comunque molto elevato nonostante una crescente stanchezza per il conflitto.
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