Putin chiede a Kyiv territori e rinuncia all’Alleanza
Nel 2013 Kyiv era non allineata e senza basi NATO; oggi Mosca pretende territori e rinuncia formale all’Alleanza
La Russia chiede oggi a Kyiv di lasciare territori che non controlla completamente e di abbandonare l’obiettivo dell’ingresso nella NATO. Le condizioni indicate da Vladimir Putin come tutela degli interessi russi sono molto più ampie rispetto alla situazione esistente in Ucraina nel 2013.
GioiaPura
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Le condizioni già presenti nel 2013
In quell’anno l’Ucraina non ospitava installazioni della NATO e manteneva una posizione ufficiale di non allineamento. Nella penisola di Crimea erano presenti tra 11mila e 12mila militari russi, entro il limite stabilito dagli accordi, senza carri armati. L’esercito ucraino disponeva di circa 120-130mila uomini e riceveva finanziamenti pari a circa 1,9 miliardi di dollari, cioè l’1 per cento del Pil.
Anche il consenso popolare all’Alleanza atlantica rimaneva contenuto. Nel 2012 soltanto il 13 per cento degli intervistati sosteneva l’adesione alla NATO, mentre il 42 per cento preferiva la neutralità e il 26 per cento guardava a un’intesa con Mosca. Nell’autunno 2013 il sostegno alla NATO era salito all’incirca al 20 per cento, ma nessun sondaggio indicava una volontà maggioritaria di rompere i rapporti con la Russia.
Sul piano linguistico, l’ultimo censimento disponibile, risalente al 2001, indicava l’ucraino come lingua madre per il 67,5 per cento della popolazione e il russo per il 29,6 per cento. Le persone di etnia russa costituivano il 17,3 per cento degli abitanti, con una quota del 58,3 per cento in Crimea. Una legge del 2012 riconosceva inoltre al russo lo status regionale in 13 delle 27 unità amministrative, dove la percentuale dei parlanti superava il 10 per cento.
Legami economici e accordi militari
La Russia restava il principale partner commerciale di Kyiv. Nel 2013 assorbiva esportazioni ucraine per 15,1 miliardi di dollari, pari al 23,8 per cento del totale, mentre dalle imprese russe arrivavano beni per 23,2 miliardi, il 30,2 per cento delle importazioni. Il prezzo del gas si aggirava sui 400 dollari per mille metri cubi.
I rapporti bilaterali comprendevano anche intese sulla presenza militare russa. Nel 2010 Viktor Yanukovych e Dmitry Medvedev prolungarono l’utilizzo della base di Sebastopoli fino al 2042, con un’ulteriore opzione quinquennale, in cambio di una riduzione del 30 per cento sul costo del gas. Nel 1997 Mosca aveva ottenuto circa quattro quinti delle navi della Flotta del Mar Nero e l’affitto delle strutture di Sebastopoli per vent’anni, pagando 97,75 milioni di dollari all’anno.
Gli impegni internazionali riconoscevano inoltre la sovranità territoriale ucraina. Con il Memorandum di Budapest del 1994, Russia, Stati Uniti e Regno Unito promisero di rispettare indipendenza, confini e sovranità di Kyiv, oltre a escludere l’uso della forza. Pochi anni dopo, Boris Eltsin e Leonid Kuchma sottoscrissero un accordo bilaterale che confermava l’integrità delle frontiere esistenti.
Dal voto del 1991 a Euromaidan
Il 1° dicembre 1991 l’indipendenza fu approvata dal 90,3 per cento degli elettori, con un’affluenza dell’84 per cento. Il consenso superò l’84 per cento nelle regioni di Donetsk e Luhansk, raggiunse il 54,2 per cento in Crimea e il 57,1 per cento a Sebastopoli. Il giorno successivo Eltsin riconobbe il nuovo Stato.
Tra il 1991 e il 1996 Kyiv trasferì alla Russia l’intero arsenale nucleare ereditato dall’Unione Sovietica: circa 1.900 testate strategiche, 176 missili intercontinentali e 44 bombardieri, oltre alle armi tattiche. La consegna delle ultime testate fu completata entro giugno 1996.
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Negli anni successivi non mancarono contrasti. Nel 2003 operai russi costruirono una diga in direzione dell’isola ucraina di Tuzla e si fermarono a circa cento metri dalla linea di confine. Nel 2004 Putin sostenne la candidatura di Viktor Yanukovych, ma la Corte suprema annullò il ballottaggio dopo le contestazioni: nella nuova votazione prevalse Viktor Yushchenko.
Nel 2006 e nel 2009 Mosca interruppe le forniture di gas verso l’Ucraina; nel secondo episodio anche i flussi destinati all’Europa rimasero bloccati per 13 giorni. A Bucarest, nel 2008, Francia e Germania impedirono l’assegnazione all’Ucraina del Piano d’azione per l’adesione alla NATO, anche per il limitato consenso interno.
Le richieste di Mosca oggi
Il 14 agosto 2013 la dogana russa inserì gli importatori ucraini in una lista di operatori a rischio, dopo il divieto sui dolci Roshen. A settembre Sergey Glazyev, consigliere di Putin, sostenne che l’accordo di associazione con l’Unione europea avrebbe violato l’intesa bilaterale del 1997. Il 21 novembre il governo di Mykola Azarov sospese il percorso verso la firma dell’accordo; il 17 dicembre Putin annunciò l’acquisto di 15 miliardi di dollari di titoli pubblici ucraini e un prezzo del gas ridotto a 268,5 dollari.
Da quelle tensioni nacque Euromaidan. Nel frattempo, i cittadini restavano divisi sull’orientamento internazionale: a gennaio 2013 il 48 per cento preferiva l’Unione europea e il 40 per cento l’Unione doganale, mentre a novembre le percentuali erano rispettivamente del 39 e del 37 per cento. Nell’Ovest il rapporto a favore dell’Unione europea era 69 a 11; nell’Est l’Unione doganale prevaleva 61 a 15.
Dopo la telefonata del 27 ottobre con il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, Putin ha sostenuto che una “pace giusta e duratura” richieda il rispetto “pienamente e incondizionatamente” dei “legittimi interessi” russi. La posizione di Mosca, però, comprende il ritiro delle forze ucraine da Donbas, Zaporizhzhia e Kherson, oltre alla rinuncia ufficiale alla NATO.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha definito prive di novità le discussioni successive alla telefonata e ha accusato gli europei di voler conservare un ruolo. La premier danese Mette Frederiksen ha espresso scetticismo sull’iniziativa, mentre nell’Unione europea prosegue il confronto su chi debba rappresentarla.
I contatti diplomatici annunciati
Donald Trump ha parlato di un incontro tra Putin e Volodymyr Zelensky “molto presto” e di colloqui trilaterali ad Abu Dhabi nel mese di novembre. Il presidente russo ha però finora escluso un contatto diretto con il leader ucraino.
Mosca ha inoltre proposto un vertice con Trump e Xi Jinping a margine dell’Apec di Shanghai, in programma il 18 e 19 novembre, senza la partecipazione di Kyiv. Zelensky teme che una riunione di questo tipo possa trasformarsi in una nuova Yalta, con decisioni sull’Ucraina prese senza l’Ucraina.
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