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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Poretti, dalle mutande dell’Inter al messaggio per il suo funerale

Nella nuova puntata di “Stories”, l’attore ripercorre l’infanzia milanese, il lavoro iniziato a 13 anni e il percorso che lo ha portato sul palcoscenico.

Tra il rito scaramantico legato all’Inter e l’idea di lasciare un ultimo messaggio alle persone care, Giacomo Poretti racconta anche il lato più intimo della propria vita. «Ho messo per anni le stesse mutande per tutte le partite dell’Inter. Bianche», ricorda; pensando alla propria morte, invece, vorrebbe registrare un audio per confortare chi gli ha voluto bene.

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Una provincia che sembrava una villa

L’attore sarà al centro della nuova puntata di “Stories”, in onda lunedì 26 ottobre alle 21 su Sky TG24 con il titolo “Giacomo Poretti – Chiedimi se sono felice”. Nell’intervista torna agli anni dell’infanzia, trascorsi in un cortile della provincia milanese insieme ai genitori e alla sorella.

La casa era un piccolo monolocale e i servizi si trovavano al piano terra, in uno spazio condiviso. Per andare in bagno durante le fredde serate invernali bisognava attraversare il cortile; d’estate, invece, bastava portare fuori il tavolo per trasformare quel luogo semplice in una sorta di villa. Poretti descrive quel periodo come uno dei più felici della sua esistenza e si definisce, da bambino, obbediente, riflessivo e incline alla malinconia.


La colonia e l’ironia nata presto

Tra i ricordi più curiosi c’è quello della colonia estiva. I genitori decisero di mandarlo via per due mesi, tra marzo e aprile, perché lo consideravano particolarmente delicato. L’attore rievoca la scelta con una battuta: «Neanche la famiglia di Elon Musk può permettersi due mesi di mare tra marzo e aprile».

Aveva appena quattro anni e la lontananza dalla madre e dal padre fu tutt’altro che semplice. Proprio quell’esperienza, racconta con il suo abituale umorismo, potrebbe aver contribuito a indirizzarlo verso la comicità: secondo Poretti, quando si è costretti a stare lontani dalla famiglia così presto, nella vita si finisce quasi inevitabilmente per fare il comico.

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Dalla fabbrica al palcoscenico

Dopo la terza media arrivò il lavoro. A 13 anni entrò in fabbrica come saldatore e in seguito fu assunto in ospedale, dove rimase per undici anni. Il teatro comparve nella sua vita grazie all’oratorio e a don Giancarlo, un sacerdote appassionato di Pirandello che organizzava rappresentazioni coinvolgendo gli abitanti del paese.

In una di quelle occasioni servivano tre bambini per interpretare altrettanti alieni, diversi per altezza e corporatura. Poretti ottenne la parte senza neppure sostenere un provino: fu il suo primo contatto con la scena, prima che la comicità prendesse forma anche attraverso il lavoro nei villaggi turistici.


Un tirocinio poco amato

L’esperienza da animatore non lo entusiasmava. Poretti ha spiegato di viverla con imbarazzo e di attendere la fine del periodo di formazione, pur riconoscendo che quel lavoro gli garantiva comunque uno stipendio, seppure molto basso.

Quel passaggio, insieme agli anni trascorsi tra la fabbrica, l’ospedale e l’oratorio, completa il percorso raccontato nell’intervista: una formazione lontana dai riflettori, cominciata nei cortili della provincia e arrivata gradualmente fino al teatro e alla comicità.

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