Polemiche su Marracash: «Non inneggio alla violenza»
Il rapper replica alle critiche dopo le dichiarazioni sui disordini di Milano e rivendica il diritto di esprimersi, interrogandosi sulle cause delle proteste.
Marracash replica alle reazioni suscitate dalle sue parole sui disordini avvenuti a Milano. Dopo aver raccolto consensi ma anche attacchi da parte di fan, colleghi e amici, l’artista ha affidato a un post su Instagram la propria risposta, intervenendo anche sul riferimento indiretto di Fedez ai rapper che partecipano alle proteste e poi tornano alle sfilate.
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Il rapper rivendica la libertà di parola
Marracash ha spiegato di avere messo in conto le conseguenze dell’esposizione pubblica e di non essere sorpreso dalle critiche. «Mi sono preso una vagonata di merda, ci sta, me lo aspettavo», ha scritto, aggiungendo che esporsi significa accettare di mostrarsi senza protezioni e di affrontare le reazioni degli altri.
Nel suo messaggio ha anche riconosciuto che titoli costruiti su singole frasi, insulti, commenti aggressivi e minacce fanno parte del modo in cui oggi si sviluppa il dibattito pubblico. Proprio per questo, secondo il rapper, i social non sarebbero uno spazio adatto per discutere di politica, pur restando lo strumento più utilizzato per farlo.
Marracash ha poi respinto l’idea che la sua disponibilità economica gli impedisca di prendere posizione. A chi sostiene che chi ha denaro non dovrebbe intervenire su determinati temi, ha risposto rivendicando il diritto di dire ciò che pensa.
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«Mai giustificata la violenza»
Il punto centrale della replica riguarda però l’accusa, a suo giudizio infondata, di aver sostenuto gli episodi violenti. «Io non ho mai inneggiato alla violenza», ha chiarito il rapper, ribadendo che ogni forma di violenza deve essere condannata.
Allo stesso tempo, Marracash ha invitato a interrogarsi sulle ragioni che spingono alcuni minorenni a coprirsi il volto e a scendere in strada, rischiando manganellate o arresti nel centro di Milano. Il gesto, pur definito folle, sarebbe secondo lui il segnale di un disagio più profondo.
Nella parte conclusiva del suo intervento, l’artista ha ricondotto quei comportamenti a un fallimento collettivo, sostenendo che la responsabilità non possa essere attribuita soltanto ai ragazzi coinvolti. La sua posizione, ha lasciato intendere, non assolve la violenza, ma chiede di analizzare ciò che la precede e le condizioni che possono alimentarla.
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