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Attualità 1 min di lettura15 ott

Più lavoro, stessa povertà: perché il miglioramento non basta

L’occupazione ha recuperato terreno, ma povertà assoluta e relativa restano ferme su livelli elevati dopo le crisi finanziaria e pandemica.

L’aumento degli occupati non ha prodotto una riduzione visibile della povertà. Dopo il peggioramento seguito alla crisi finanziaria e a quella pandemica, sia la povertà assoluta sia quella relativa hanno mantenuto un’incidenza sostanzialmente invariata.

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Il lavoro cresce, la povertà resta

Il dato sull’occupazione indica un andamento positivo negli ultimi anni, ma non coincide con un miglioramento delle condizioni economiche di tutte le famiglie. La stabilità degli indicatori di povertà mostra infatti che avere più persone al lavoro non è stato sufficiente a ridurre l’area del disagio.

La povertà assoluta, in particolare, sembra essersi trasformata in una componente persistente del quadro sociale. Non si tratterebbe più soltanto di una conseguenza temporanea delle crisi, ma di un fenomeno ormai strutturale.

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Salari bassi e lavoro fragile

Tra gli elementi associati a questa situazione figura la presenza ancora ampia di retribuzioni basse. Anche l’espansione del tempo parziale non scelto dai lavoratori contribuisce a delineare un mercato del lavoro nel quale l’aumento dell’occupazione non garantisce automaticamente un reddito adeguato.

Il risultato è un divario tra quantità e qualità del lavoro: il numero degli occupati può aumentare, mentre la povertà rimane stabile. In questo contesto, il recupero dei livelli occupazionali non appare quindi sufficiente a compensare gli effetti lasciati dalle crisi precedenti.

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