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Attualità 3 min di lettura4 giorni fa

Più crescita senza tre mosse insieme: la sfida oltre il Pnrr

Il Rapporto guidato da Roberto Garofoli punta su competitività, inclusione e istituzioni più forti per affrontare un contesto economico e demografico che rende più fragile il modello italiano.

La tenuta del sistema produttivo italiano dipende anche dalla qualità della macchina pubblica: senza programmazione, coordinamento, attuazione e verifica, molte politiche restano incomplete. Nel Rapporto emergono inoltre criticità che incidono su energia, acqua e infrastrutture digitali, e che non derivano soltanto da risorse limitate ma anche da frammentazione amministrativa, complessità delle regole e mancanza di sedi adeguate per l’analisi strategica.


Le istituzioni pesano quanto l’economia

Il punto, nel documento, è che i problemi più concreti del Paese non si spiegano soltanto con scelte politiche insufficienti o con fondi scarsi. A contare sono anche debolezze strutturali dell’organizzazione pubblica, che rallentano la capacità di trasformare gli obiettivi in risultati.

Da qui l’idea che la modernizzazione istituzionale non sia un capitolo separato, ma una condizione che attraversa tutte le altre politiche. Il Rapporto la considera una leva decisiva per rendere più efficaci interventi che riguardano settori molto diversi tra loro.


Tre fronti che si tengono insieme

Nel lavoro curato da Roberto Garofoli, le priorità vengono ricondotte a tre ambiti intrecciati: competitività del sistema produttivo, investimento sociale e rinnovamento delle istituzioni. L’impostazione è costruita con il contributo di numerosi esperti e con il sostegno dell’Associazione nazionale dei Comuni.

L’obiettivo dichiarato è offrire una base di confronto in una fase delicata, dopo l’esperienza del Pnrr. Il Rapporto nasce come strumento per ragionare su come far ripartire una crescita più stabile e più inclusiva.


Inclusione e sviluppo non si separano

Secondo l’analisi, non basta puntare su una crescita robusta: questa deve anche allargarsi a chi oggi resta ai margini. Per questo vengono richiamati salari reali fermi, diseguaglianze diffuse e divari territoriali e generazionali come nodi centrali da affrontare.

A pesare sono anche la produttività debole, la difficoltà nel trasformare la ricerca in innovazione e la scarsa valorizzazione del capitale umano. Il documento segnala inoltre che il contesto internazionale più incerto, insieme alle trasformazioni in corso, a partire dal calo demografico, mette sotto pressione il modello di sviluppo italiano.


La leva economica e quella sociale

La prima area indicata riguarda la competitività delle imprese e del sistema produttivo. Dentro questo perimetro rientrano digitalizzazione, energia, gestione dell’acqua e rafforzamento dimensionale e tecnologico delle aziende.

Accanto a questo, il Rapporto richiama politiche che spesso vengono classificate solo come sociali ma che hanno effetti economici diretti. Tra queste ci sono la sicurezza urbana, il rafforzamento della sanità e il contrasto ai disallineamenti crescenti tra competenze richieste e lavori disponibili.

Il messaggio di fondo è che le tre leve devono procedere in parallelo, perché ognuna sostiene le altre. Nel documento si sottolinea anche che il trend demografico rende ancora più urgente aumentare la partecipazione di territori, giovani e donne alla vita economica, ridurre il peso delle origini familiari sui percorsi individuali e attrarre talenti.


Un bivio per il Paese

Il Rapporto ricorda infine che, dalla nascita della Repubblica, l’Italia ha attraversato una trasformazione profonda: da Paese poverissimo e diviso a una delle principali economie avanzate, con più libertà e diritti sociali. Ma quelle conquiste, osserva il testo, non sono arrivate in modo omogeneo.

Per questo il Paese viene descritto come arrivato a un passaggio decisivo. La sfida è tornare a guardare alle traiettorie di medio e lungo periodo, in un quadro in cui sviluppo stabile, inclusione e istituzioni più efficaci vengono presentati come elementi inseparabili.

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