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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Pino Daniele senza santino: il film che Napoli aspettava

Nicola Prosatore racconta l’ascesa del musicista napoletano con realismo, energia e una dose di ruvida ambiguità

Tratto dal libro scritto da Alessandro Daniele, primogenito di Pino, Je so’ pazzo sceglie di raccontare il musicista lontano dalla celebrazione convenzionale. Il film di Nicola Prosatore, in testa agli incassi italiani da una settimana, restituisce infatti un protagonista talentuoso ma tutt’altro che rassicurante.

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Un ritratto lontano dalla santificazione

Massimiliano Caiazzo interpreta un Pino Daniele fisicamente ancorato alla sua epoca e al suo ambiente, ma capace di trasformare ogni limite in una spinta creativa. Il personaggio prende forma tra mobili in formica, televisori in bianco e nero, antenne improvvisate e polpette conservate in frigorifero: dettagli domestici che diventano parte della sua identità.

Quello rappresentato sullo schermo non è un santo né l’amico ideale di tutti. Daniele appare autoritario, contraddittorio, talvolta sgradevole e incline al tradimento. Proprio questa imperfezione lo rende più credibile, mentre la sua voce e la sua musica sembrano allargare lo spazio intorno a lui, oltre l’ambiente familiare e le difficoltà di partenza.


Napoli entra nella musica

Prosatore costruisce il film attraverso episodi brevi, svolte improvvise e contrasti che si accumulano senza trasformarsi in una predica. Il rapporto conflittuale con il padre e lo scontro con il mondo dell’industria discografica accompagnano la crescita di un artista che cerca una via personale dentro la musica napoletana e italiana.

La città non fa soltanto da sfondo. Vicoli, prostitute, gioco d’azzardo e il porto degli anni Sessanta compongono un paesaggio umano attraversato dalla scoperta del blues suonato dai soldati afroamericani. È in quel crogiolo, poi identificato con il Neapolitan Power, che Daniele trova una voce irriverente, popolare e refrattaria alle buone maniere.

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Dalla banchina al grande concerto

La storia comincia quando Pino è ancora bambino e si trova sul molo a vendere dollari insieme al padre, figura criminale interpretata da Giovanni Ludeno. La formazione musicale arriva per gradi, attraverso incontri, ascolti e piccoli scarti esistenziali, senza che il film ricorra a una progressione enfatica o a un’agiografia dichiarata.

Il percorso conduce, circa vent’anni più tardi, al concerto gratuito di Piazza del Plebiscito, seguito da oltre 200mila persone. Il successo e la fama diventano così una possibile liberazione dalla condizione familiare e dai confini fisici, ma non cancellano le tensioni che hanno accompagnato l’ascesa.


Una messa in scena piena di dettagli

La ricostruzione degli anni Settanta, dagli abiti agli interni, mostra una cura quasi tattile. Arredi e oggetti non sembrano semplici elementi decorativi: contribuiscono a dare consistenza a un mondo nel quale la musica nasce da ambienti poveri, relazioni difficili e intuizioni improvvise.

Anche la macchina da presa evita una soluzione unica. Una rotazione nello studio di registrazione richiama il cinema di Godard dedicato agli Stones, mentre i primi piani rapidi conferiscono profondità agli sfondi e alle figure collettive. Il risultato combina precisione formale e capacità d’intrattenimento, offrendo un film biografico musicale più audace di molti prodotti anglosassoni, compreso Bohemian Rhapsody.

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